NEW REPUBLIC DIVENTA CANADESE E SVOLTA A SINISTRA

| 25 marzo 2007 |

La storica rivista, per quasi un secolo una sorta di bibbia per i palazzi della politica, è ora integralmente controllata da CanWEst – Il rilancio prevede un restyling, contenuti più patinati e il rafforzamento del sito web – Un orientamento ‘’più liberal’’ per ‘’incoraggiare i Democratici a sognare di nuovo in grande sull’ambiente e sull’economia”

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Dopo 92 anni di vita e influenza nel mondo politico e culturale americano, oscillando tra pensiero liberal e neo-con, la storica rivista The New Republic diventa canadese e si prepara ad un radicale restyling nella forma e nei contenuti, svoltando a sinistra.

L’azienda editoriale CanWest ha recentemente annunciato di essere diventata l’unica proprietaria della testata comprando le azioni di Martin Peretz, conservatore con simpatie per Israele rimasto per oltre trent’anni nella gerenza. “È una buona cosa per la rivista” ha commentato Peretz, sottolineando che la CanWest “ha la tecnologia e la capacità gestionale” per traghettare The New Republic nelle agitate acque in cui si ritrova la carta stampata.

Dall’anno scorso la società canadese possedeva il 30% di The New Republic. A metà febbraio era stata annunciata l’uscita di scena di due finanzieri newyorchesi, Roger Hertog e Michael Steinhardt, entrati nel 2001 su richiesta di Peretz, cui rimaneva ancora un quarto dell’azionariato. Alla fine di febbraio, però, la CanWest Global Communications ha annunciato che la controllata CanWest Media Works International aveva acquistato anche le ultime azioni rimaste in mano a Peretz, arrivando al controllo totale del settimanale.

La società canadese ha dichiarato di voler rilanciare la rivista diradando la pubblicazione da settimanale a bisettimale, rendendo i contenuti più patinati e rafforzando il sito web, che già pubblica The Plank, uno dei blog più letti nei palazzi del potere degli Stati Uniti.

La foliazione sarà di 68 pagine e per ogni uscita ci sarà un lungo articolo di 6.000 parole.
Allo stesso tempo cambieranno i contenuti: “Avremo articoli più lunghi, più approfonditi,  cercando di offrire ai lettori un livello letterario di scrittura”, ha promesso Franklin Foer, che sogna di dirigereil “New Yorker della politica”, di cui forse adotterà anche le illustrazioni della grandezza di un cucchiaio, che trovano spazio anche nel nostrano Foglio di Giuliano Ferrara.

Look e contenuti porteranno ad una svolta ideologica con un netto collocamento nell’area di centro-sinistra. “Siamo diventati più liberal – ha detto il direttore – vogliamo incoraggiare i Democratici a sognare di nuovo in grande sull’ambiente e sull’economia”.

Per i palazzi della politica The New Republic è stato per quasi un secolo una bibbia: una
sorta di manifesto dell’intellighenzia chic della capitale che non si era scandalizzata troppo quando negli anni Ottanta, in una delle tante divagazioni ideologiche del settimanale, Peretz aveva chiamato al timone l’allora ventottenne Andrew Sullivan, inglese, conservatore, cattolico e gay. Era stato l’inizio di una lunga deriva a destra culminata nel 2003 con un editoriale di appoggio della guerra in Iraq firmato da Peter Beinart, enfant prodige del giornalismo americano che dirigeva la testata a soli venticinque anni e che ha poi ritrattato la posizione. Foer, invece, ha spazzato via l’appoggio all’intervento iracheno, che aveva alienato l’audience tradizionale. Altri lettori erano scomparsi per selezione naturale, nella più ampia cornice della crisi della carta stampata, che deve quotidianamente fare i conti col nuovo modo di attingere informazione su Internet. Ultimamente le copie vendute di The New Republic erano scese dalle 101 mila del 2000 a 60 mila, mentre altre riviste come The Nation e The Progressive avevano cominciato a vendere di più dopo la rielezione del presidente Bush nel 2004.

Alla società canadese dicono che la sfida della storica testata sarà simile a quella dei quotidiani: “Noi crediamo che le pubblicazioni con solide basi e una lunga storia alle spalle possano avere successo anche nella cornice dei nuovi media”. CanWest è la più grande azienda editoriale canadese per i quotidiani e la seconda per i canali televisivi. Appartiene alla famiglia Asper, ben nota per il suo appoggio al Partito Liberale canadese, che sembra aver chiara la filosofia per affrontare la sfida del giornalismo nell’era digitale: “Una rivista di notizie è oggi una contraddizione in termini. Se la frequenza non è oraria, non è notizia. Se non è sulla Cnn o sul web non è notizia. Rincorrere l’attualità per un settimanale non è possibile” ha osservato Greg McNail, il nuovo editore ad interim, al giornale on-line Politico.com, uno dei nuovi player nel panorama dei media della capitale. Secondo McNail, la stessa parola inglese per indicare la rivista, newsmagazine, sarebbe “un ossimoro”.

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