MA C’ E’ ANCORA BISOGNO DI UN GIORNALISMO D’ ECCELLENZA?

| 29 gennaio 2007 |

Un’ analisi di Tom Stites proposta da Dan Gillmor sul blog del Center for Citizen Media – Tutti noi, media vecchi e nuovi, abbiamo bisogno di competenze e impegno per creare nuova eccellenza – Oggi il giornalismo tradizionale è quasi totalmente al servizio di chi possiede piuttosto che degli altri, lasciati alle informazioni del giornalismo esclusivamente televisivo – Le multinazionali, l’economia globale, e le istituzioni come il WTO operano nel più grande segreto: coprire la loro attività richiede una grande professionalità e altissimi costi – Mentre i “cittadini giornalisti” possono lavorare insieme per aiutare in alcuni progetti i reporter, reportage più lunghi e complessi di giornalismo investigativo richiedono richiedono lunghe giornate di duro lavoro per districarsi tra documenti e seguire tracce; e questo è davvero costoso. – L’ impegno disinteressato a fornire un servizio pubblico
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(Sul blog del Center for Citizen Media, Dan Gillmor ha recentemente pubblicato questo lungo articolo di Tom Stites, un ex redattore di quotidiani e un profondo analista della pratica giornalistica. In un intervento dell’ estate scorsa, Stites si era chiesto: ‘’Il ruolo dei media è ancora un problema chiave della democrazia?’’. Qui, aggiunge Gillmor, ritorna la questione della necessità di un grande giornalismo).

di Tom Stites

«Una qualità inutile». La frase mi girava in testa. Il tarlo era iniziato in settembre, quando avevo letto su «Time» il saggio di Michael Kingley intitolato «I giornali avranno un futuro?». Nella sua analisi, Kinglesy descriveva il «Los Angeles Times» come «un esempio dominante di eccellenza inutile» per i suoi uffici di corrispondenza in tutto il mondo e la sua smisurata redazione a Washington».

Scegliendo il Los Angeles Times come esempio di “qualità inutile”, Kinsley indica che non si tratta dell’unico caso, ma che esiste una abbondanza di giornali eccellenti che possono essere eliminati.

L’eccellenza è inutile? Per chi? Kinsley non ce lo rivela, ma possiamo ragionarci. La sua frase probabilmente potrebbe riecheggiare le parole di quegli investitori il cui unico scopo è tagliare i costi per ottimizzare i profitti. Ma per quanto riguarda i lettori, i cittadini? E, per quel che riguarda i cittadini, la nostra sbandierata democrazia?

I cambiamenti sismici che hanno colpito le basi del giornalismo stanno ispirando delle novità importanti che possono aiutare. Il boom dei blog e del citizen journalism sta dando vita ad una giustificata eccitazione perché sostiene o prende il posto della copertura locale, ormai debolissima, dei giornali, ma aiuta anche la democrazia. Ma la copertura estera e di Washington che Kinsley attacca non è una copertura locale. Il giornalismo emergente di Internet promette di arricchire la copertura nazionale ma finora non ha mai mostrato di potere rimpiazzare i corrispondenti esteri o quelli da Washington. Questi giornalisti non solo coprono eventi e seguono istituzioni sulla base di una esperienza di anni o decenni, ma fanno anche quello che poi diventa eccellenza giornalistica.

Ci sono alcuni tipi di servizi che solo un corrispondente può scrivere: i reportage da posti lontani, la ricerca di temi significativi e trend nazionali e globali, i retroscena politici. Vengono in mente i reportage sulle prigioni segrete dalla CIA in Europa e i programmi di intercettazioni non autorizzate dell’amministrazione Bush. Storie come queste non potrebbero essere più lontane dal concetto di inutilità.

Alcuni scenari

Il primo scenario, esemplificato dall’articolo di Kinsley sul «Time», è relativo a quello che ne sarà dei gruppi che possiedono grandi giornali e altri media tradizionali, e cosa ne sarà delle loro proprietà. Il secondo scenario, un fenomeno legato tipicamente alla Rete, è relativo alle tendenze e ai deficit dei mass media rispetto ad un approccio più puro al citizen journalism. Questi due scenari producono delle riflessioni utili.

Ma c’è un terzo aspetto, cruciale, che vorrei sviluppare: cosa chiede la nostra democrazia al giornalismo, e noi, stiamo rispondendo a questi bisogni?

Non è il ruolo del giornalismo rappezzare la nostra traballante democrazia. Ma è un suo compito servirla. Il primo emendamento – e lo spirito di Tom Paine e dei suoi successori il cui lavoro è stato ispirato dal termine “bene pubblico”- preserva gelosamente questo dovere. Credo che sia esatto dire che questo compito è così cruciale che a meno che il giornalismo non possa trovare strade per rafforzare da solo e dar vita a nuovi cambiamenti, gli altri sforzi per riparare la democrazia sono destinati a fallire.

Così, in questo quadro, tutti noi – media vecchi e nuovi, reporter ed editori, fotografi e blogger, direttori e investitori- abbiamo bisogno di riversare competenze ed energia per creare ancora più eccellenza.

Adesso è facile da dire. Le vie prevedibili per rafforzare il giornalismo al punto che possa sembrare ubbidiente al bene pubblico nel mondo che cambia, oggi sembra difficile da immaginare. Richiederà non solo una enorme varietà di giornalisti impegnati ma anche nuove istituzioni giornalistiche che si impegnino in profondità in termini di risorse che possano in modo inflessibile creare qualità che nessun cittadino possa considerare inutile. Alcune di queste istituzioni emergeranno dal mondo di Internet. Altre dovranno essere immaginate, rifondate, create. Secondo me la sfida più grande è chi, oltre ai cittadini già impegnati, il cui numero è però cosi limitato, ha la motivazione giusta più le risorse per rafforzare il giornalismo in questa battaglia?

Non sono certo l’arbitro che decide cosa la democrazia ha bisogno da parte del giornalismo, ma vorrei esporre alcune idee. Non abbiamo solo bisogno di tutta la qualità possibile, ma ancora più, maggiormente, di un forte flusso di alta qualità, un giornalismo serio che controlli l’esteso paesaggio che le organizzazioni del mondo dell’informazione non hanno mai controllato. Secondo la mia definizione, un giornalismo serio è basato su fatti verificati passati al vaglio di un giudizio maturo e professionale. E fatto di integrità. Coinvolge e impegna i lettori con storie convincenti e si appella alle loro capacità di valutazione. E’ questa l’informazione della quale i cittadini hanno bisogno per prendere le loro decisioni. Il giornalismo serio è accessibile e importante per i suoi lettori.

Ecco tre aree del panorama la cui copertura è cruciale per la democrazia ma dove i media sono praticamente assenti:

ECONOMIA GLOBALE – la tecnologia ha rimpicciolito il mondo e lo ha reso molto più complesso: quello che accade dall’altra parte del mondo può avere delle conseguenze sulla comunità nella quale viviamo. Ma nonostante questo, le organizzazioni editoriali hanno chiuso le proprie sedi all’estero. Jill Carroll, la corrispondente del Christian Science Monitor, ha preso una pausa, dopo essere stata rapita in Iraq per occuparsi di questa questione allo Shorenstein Center dell’ Harvard’s Kennedy School of Government. E non solo le imprese editoriali stanno chiudendo le proprie sedi all’estero, ma anche i quotidiani regionali stanno dedicando sempre meno spazio alle notizie internazionali per concentrarsi sulle questioni locali.

Ma il villaggio globale è sopra di noi, e dov’è l’editore globale che richiedono i cittadini globali? Un editore globale dovrebbe individuare le storie e i temi che nessuno sta seguendo.
Iniziamo dal WTO. Nessuno si occupa di questa istituzione. Ma nel 1994 il Senato ha ratificato un trattato che rendeva le leggi nazionali e statali democraticamente emanate subordinate alle linee del non eletto WTO.
Particolarmente a rischio sono le leggi statali e locali che riguardano l’ambiente e le condizioni dei lavoratori. Il WTO, la cui autorità deriva da trattati ratificati da 149 stati, oltre alle competenze sul commerci internazionali, ha il potere formale di annullare le decisioni delle singole comunità. È l’antitesi della democrazia.

La democrazia ha bisogno che le decisioni e i lavori del WTO siano seguiti come quelli del governo, e che le decisioni siano analizzate spiegando l’impatto locale, e le conseguenze sulle grandi imprese i cui interessi vengono serviti in tutto il mondo.

CORRUZIONE – Ci sono stati moltissimi periodi di corruzione nella storia degli Stati Uniti, ma le proporzioni e le conseguenze di quella odierna sono senza precedenti. In più, mentre il peso del denaro aumenta a Washington e nelle altre capitali, le imprese di informazione stanno riducendo il loro impegno finanziario nel sostenere il giornalismo investigativo.

Ecco un esempio: la democrazia avrebbe bisogno di un interrotto aggiornamento delle illegalità delle lobby. Quale settore industriale commette più irregolarità di altri? Quale società ha il record nel proprio settore per contratti conclusi, in dollari e in percentuale di mercato? Quale società si distingue per mancanza di irregolarità? Queste risposte dovrebbero essere presentate in modo chiaro ed inequivocabile. Se esistesse un database con questi dati, i giornalisti potrebbero attingere per le loro storie. Un reporter che volesse scrivere di una campagna pubblicitaria particolarmente riuscita, ad esempio, potrebbe trovare utile raccontare che la pubblicità ha attratto clienti per una società con un record di frodi ai danni dei propri clienti.

RICCHI E POVERI -La distanza mai colmata tra i ricchi e tutti gli altri ha anche contribuito a creare una distanza mai colmata tra il giornalismo che serve a chi è ricco e quello utile a tutti gli altri. Per assicurare che la democrazia abbia dei cittadini informati, in modo da essere decisivi per il suo sviluppo c’è bisogno che il giornalismo si occupi di tutte e due queste categorie. E il giornalismo è debole.

Le persone senza copertura sanitaria hanno bisogno di informazioni molto diverse da chi invece ce l’ha, e le persone che vivono a paga settimana hanno bisogno di informazioni finanziarie molto diverse dai professionisti.
Chi non ha nulla, e questi ultimi nella nostra società superano il numero di tutti gli altri, ha bisogno che il giornalismo mostri come i cambiamenti politici possano avere un impatto nella vita quotidiana più di quanto necessiti di conoscere l’impatto degli investimenti. I reportage economici hanno significati estremamente diversi per questi due gruppi.

Oggi il giornalismo tradizionale è quasi totalmente al servizio di chi possiede piuttosto che degli altri, lasciati alle informazioni del giornalismo esclusivamente televisivo.
Fare un giornalismo destinato anche a queste fasce di popolazione sarebbe facile, se solo si volesse destinare a questo scopo delle risorse finanziarie.

Un cambiamento necessario nel giornalismo sarebbe una informazione economica più lontana da Wall Street . Un approccio potrebbe essere la creazione di un indice economico che tenga conto e rifletta le esperienze economiche più vicine alla gente, come il reddito, l’accesso sanitario, i prestiti etc.

Le tre aree delineate delineano sfide su sfide, e una chiacchierata tra pochi lettori di questo articolo potrebbe fornire molte buone idee. Mi piacerebbe discutere, ad esempio, di come il giornalismo possa combattere le tecniche di propaganda usate nella formazione dei messaggi politici.

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Alcune istituzioni no profit come il Center for Public Integrity si stanno impegnando nell’ obbiettivo di portare avanti un giornalismo di inchiesta nazionale e globale che le grandi imprese editoriali stanno abbandonando (nota: l’autore è un consulente del Centro). NewAssignment.net è un nuovo soggetto di questa area.

Una istituzione no profit potrebbe piuttosto facilmente creare un indice di indicatori economici rilevanti per gli americani più poveri (o potrebbe essere un servizio speciale per una nuova testata che volesse dedicarsi a questo rilevante gruppo di persone, come il Dow-Jones Industrial Coverage è un servizio per il Wall Street Journal).

Un database come quello delineato sopra potrebbe essere realizzato da una organizzazione no-profit, e infatti molte di queste associazioni stanno già lavorando in quest’area. http://www.corpwatch.org/ CorpWatch, ad esempio, mette a disposizione un archivio di articoli sui comportamenti delle società, ma un database completo come quello descritto prima richiederebbe il lavoro di costruzione e di aggiornamento di uno staff intero – e questo richiede delle risorse che le associazioni non hanno.

Creare un giornalismo di qualità destinato alle fasce più disagiate è molto più facile che distribuirlo poi a un pubblico così vasto, e creare strutture per la distribuzione è un’impresa enorme, anche se i costi del Web sono costantemente in discesa. In questi tempi di flusso giornalistico, quali entrate possono essere trovate per questo genere di impegno distributivo? E chi ha le motivazioni e le risorse anche solo per testare queste idee? E, figuriamoci, per lanciarle?

Forse è un fallimento della mia immaginazione, ma mentre si guarda con ammirazione e gratitudine al crescente contributo del citizen journalism, non vedo al momento alcun modo per il giornalismo globale di rispondere alle richieste di democrazia senza il contributo costoso dei reporters e dei corrispondenti.

Le multinazionali, l’economia globale, e le istituzioni come il WTO operano nel più grande segreto: coprire la loro attività richiede una grande professionalità e altissimi costi.

Mentre i “cittadini giornalisti” possono lavorare insieme per aiutare in alcuni progetti i reporter, reportage più lunghi e complessi di giornalismo investigativo richiedono richiedono lunghe giornate di duro lavoro per districarsi tra documenti e seguire tracce; e questo è davvero costoso.

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Per cominciare a cercare persone o istituzioni per migliorare bisogna capire prima di tutto quali possono esserne le motivazioni. Analizzando le maggiori imprese editoriali che investono grandi cifre per la copertura da Washington e dall’estero, ho trovato quattro motivi oltre quello economico.

1) – È una esclusiva: i lettori specializzati del New York Times, Washington Post, e del Wall Street Journal richiedono questo tipo di giornalismo, che non può essere realizzato se non con queste redazioni. Le esclusive regionali del Los Angeles Times, Chicago Tribune e Miami Herald, e di altre testate regionali, richiedono una redazione impegnata fuori dalle città, ma non così grande come quelle dei tre grandi quotidiani citati prima.

2) – Il prestigio : nella lotta senza pietà tra le testate locali, come è successo a Philadelphia negli anni Settanta, alcune testate come The Inquirer hanno vinto la lotta del monopolio locale investendo sulla copertura nazionale ed estera.

3) – L’ego editoriale e di corporazione: una volta che alcuni giornali hanno spinto in alto le loro ambizioni e spedito all’estero i propri giornalisti, e dopo che hanno vinto la sfida sul mercato locale, i guadagni si alzano.

4) – Il semplice spirito di servizio pubblico: il Christian Science Monitor, fondato 98 anni fa con una prospettiva internazionale e rivolto ad un pubblico nazionale, è il fiore all’occhiello del tentativo sofisticato nella carta stampata di trasformazione a partire da un contesto religioso. Fino ai tardi anni Sessanta, quando il Los Angeles Times è emerso dalla sua crisalide di mediocrità e il The Washington Post ha iniziato ad aumentare la copertura, il Monitor era costantemente presente nella lista dei dieci migliori quotidiani di Time. Il Monitor è ancora un esempio di eccellenza, anche se su una scala più modesta rispetto ai grandi giornali nazionali.

Sui mercati monopolistici, il prestigio non è più un vantaggio, almeno non agli occhi dei manager delle grandi catene commerciali che si battono per conquistare posizioni sulla scala dei prezzi. Per loro il prestigio suona come una ‘’eccellenza inutile’’. Il narcisismo editoriale non li impressiona e l’ orgoglio aziendale per gli sforzi editoriali ambiziosi non ci sono più. Così due dei quattro motivi per assicurare eccellenza nella copertura da Washington, sul piano nazionale e su quello internazionale sono eliminate. Ne sopravvivono solo due: l’ esclusiva e lo spirito di servizio pubblico.

Io sono convinto che sia giusto pensare che la spinta all’ esclusiva spingerà Times, Post, Journal, AP and Reuters a conservare una grande schiera di corrispondenti, mentre le redazioni dei giornali regionali e cittadini continueranno a restringersi. I Tre Grandi Giornali puntano la loro attività sull’ audience delle élite e offrono molto poco materiale di riflessione per l’ altro lato di questo gap del reddito; le agenzie di informazione sono solo lievemente meglio – gli standard della copertura sono puntati sui fatti internazionali e i problemi economici che interessano il mondo politico, gli affari e le altre elite. Il gap giornalistico è vasto almeno quanto quello dei redditi.

Ad eccezione dei Tre Grandi e del [Christian Science] Monitor, e di materiale interessante occasionalmente diffuso dai canali pubblici o reperibile su riviste e reti TV, nessuna testata d’informazione di una certa importanza è veramente impegnata a seguire con serietà gli eventi nazionali e internazionali. E purtroppo il Monitor si trova in una posizione assai precaria all’approssimarsi del proprio centenario: la sua esistenza dipende dai sussidi di una denominazione religiosa decisamente piccola e in chiaro declino. (La denominazione non diffonde i dati sugli aderenti, ma ha avuto perduranti problemi finanziari).

Quindi, al di là di un ristretto e specifico movimento religioso, dov’è possibile trovare in Usa un’istituzione che voglia dedicarsi a fornire un’adeguata copertura dei fatti nazionali e dell’ampio scenario di un mondo sempre più ristretto?

Assumendosi l’impegno disinteressato a fornire un servizio pubblico, fino a un’eccellenza che non sia “mancanza di bisogno”. Oppure, c’è forse qualcuno che si fa avanti per abbracciare e portare avanti un simile impegno? Oppure, chi è abbastanza creativo da trovare strategie remunerative per un giornalismo di ampiezza adeguata alle bisogna della democrazia? Se esiste un’organizzazione o qualcuno che, dotati delle risorse necessarie e con l’impegno disinteressato a fornire un servizio pubblico, sia alla ricerca di idee per dar forma a una testata giornalistica dove l’eccellenza sia cruciale, forse conviene che dia un’occhiata al sito web del Monitor .

Dove si riporta che Mary Baker Eddy, fondatrice del Christian Science Monitor, decise di lanciare quel che sarebbe divenuto il Monitor di Boston in base a “una lunga lettera di John L. Wright, giornalista locale e aderente alla Christian Science. Il quale le spiegò di avvertire la crescente necessità di un quotidiano che ‘privilegiasse i principi piuttosto che le entrate, e che fosse corretto, franco e onesto con i lettori su qualsiasi argomento e di fronte a pressioni di ogni tipo’- una voce veramente indipendente non controllata da ‘monopolisti commerciali o politici'”.

(traduzione di Maria Itri)

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