Libri: “Uno bianca e trame nere” (e veli grigi)

| 17 dicembre 2007 |

Nel lavoro di Antonella Beccaria la ricostruzione storico-giornalistica di un periodo di terrore in cui alla fine,come una condanna, prevale il grigio delle coperture e dei veli all’ italiana – Ma anche la voglia di continuare a cercare, come dovrebbe fare ogni giornalista, perché non si può credere alla verità ufficiale fatta di poliziotti cattivi e di poliziotti buoni che individuano e arrestano le mele marce

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di Elisio Trevisan

“Uno bianca e trame nere”. Bianco e nero, li mescoli assieme e viene fuori grigio, come il grigio di queste giornate quasi invernali in buona parte d’Italia, come il colore degli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso quando si combatte una guerra intestina e clandestina – tranne che per le tragiche conseguenze fatte di stragi, rapimenti, uccisioni, rapine… – tra i due blocchi del Mondo o, più verosimilmente, tra le due Italie del centrodestra e del centrosinistra. Una guerra che non ha avuto vincitori, se non il grigio e una pax all’italiana, l’inciucio che copre con un velo (grigio) gli infiltrati dello Stato nelle BR, i mandanti delle stragi che hanno squassato il Nord e Centro Italia, e dà in pasto all’opinione pubblica i soldatini del terrore, li fa fuggire, li fa dimenticare e, se proprio non può farne a meno, li incarcera.

Come i fratelli Savi, protagonisti del libro di Antonella Beccaria – “Uno bianca e trame nere – cronaca di un periodo di terrore”, edito da Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri (10 euro il prezzo di copertina, si può ordinare comodamente anche via mail al sito www.stampalternativa.it).

Antonella, una delle anime di Lsdi, ha fatto un lavoro da giornalista che diventa storica: a differenza di noi giornalisti, è partita dal particolare per alzare lo sguardo dalla scrivania e abbracciare il panorama, perché solo così si può tentare di capire cosa e perché è successo dal 1987 al 1994 in Emilia Romagna, quando una banda di 6 rapinatori, fra i quali i tre fratelli Savi (due poliziotti e un carrozziere), uccide 24 persone e ne ferisce 102 per un bottino totale di 2 miliardi e 170 milioni di lire.  90 milioni a morto o, aggiungendo anche i feriti, 17 milioni a vittima. Due miliardi in 8 anni di attività; e tutto quel macello è stato sparso, verrebbe da dire, gratis. Che senso ha? Qual è la candela che fa valere il gioco?

Proprio da questa domanda parte Antonella per svolgere la sua inchiesta: che senso ha tutto quel sangue per 2 miseri miliardi in 8 anni? O i componenti della banda della Uno Bianca – chiamata così perché quasi sempre usavano una Fiat Uno Bianca per effettuare i colpi, la macchina più anonima e venduta del periodo –, o quei 6 personaggi erano degli psicopatici, feroci, sprovveduti, oppure anche in questa vicenda c’era un puparo, o un gruppo di pupari, che ha impedito per anni che i colleghi poliziotti e carabinieri approfondissero anche semplici sospetti o apparenti coincidenze, e che ha steso un velo”grigio“ quando finalmente furono arrestati.

Antonella Beccaria – classe 1973 – non è alla sua prima esperienza: ha scritto “Bambini di Satana: processo al diavolo, i reati mai commessi di Marco Dimitri”, “Permesso d’autore: percorsi per la produzione di cultura libera”, “NoSCOpyright: storie di malaffare nella società dell’informazione”, e anche una raccolta di racconti “Piccoli delitti” che si può scaricare all’indirizzo http://www.lulu.com/content/148356.

In tutte le sue opere emerge la personalità di chi cerca e non si accontenta di quel che legge in ogni articolo di giornale, in ogni lancio di agenzia, perché le rapine ai supermercati, alle armerie o alle banche, gli omicidi, gli assalti ai campi nomadi compiuti dalla banda dei Savi, presi singolarmente non dicono nulla, esaminati assieme mostrano una trama e un ordito la cui fattura si fatica ad attribuire a dei violenti che – come amano confessare – hanno fatto tutto da soli. Certo, leggendo la dichiarazione del padre dei Savi (poi suicidatosi), viene da pensare che da quella famiglia non poteva uscire gente tanto diversa. Antonella cita quella frase – quando il padre racconta ai giornalisti di avere una ventina di fucili in casa e di usarli volentieri per ammazzare cani e gatti e per difendersi dagli immigrati – come un cammeo, uno dei tanti utilizzati per far parlare gli indizi, le incongruenze nelle deposizioni, quei pochi fatti che un gigantesco intervento di rimozione generale non è riuscito a cancellare; una ricerca portata avanti nonostante leggi cadute dal cielo, come la Cirielli, abbiano reso impossibile continuare a fare inchieste giudiziarie su questa come altre vicende della nostra storia patria.

Sono quegli indizi che fanno gridare allo scandalo quando nel 2006 Alberto Savi, in occasione delle commemorazioni per la strage del Pilastro (la sua banda uccise due carabinieri), chiede perdono ai familiari. Ma ad urlare sono ormai solo i parenti delle vittime, e pochi fissati come Antonella, che continuano a cercare perché non riescono a credere alla verità ufficiale fatta di poliziotti cattivi e di poliziotti buoni che individuano e arrestano le mele marce

E’ un libro che si legge come un giallo, ma che del giallo non ha la capacità di rilassare e divertire, perché sai che per trent’anni questa è stata la storia del nostro Paese e, per certi versi, sicuramente per le conseguenze, non è storia ma cronaca dei nostri giorni.

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