La paradossale rigidità della flessibilità selvaggia

| 22 maggio 2007 |

Giornalista precario

Il lavoro non standard ha aumentato l’occupazione ma anche l’insicurezza. Esso rappresenta
un paradossale elemento di rigidità economica perché tende ad abbassare le soglie della
qualità del processo, vista l’assenza di motivazioni, di obiettivi condivisi, di processi di
fidelizzazione e di valorizzazione.

E’ il risultato di fondo di una ricerca compiuta dal Comitato di redazione di Rcs periodici (a cura di Cristina Morini) dal titolo: ‘’Free lance, tra assenza di diritti e desiderio di autonomia. Il caso della Rcs periodici (Luglo-dicembre2006)’’.

La ricerca
La ricerca – spiega il Cdr nell’ introduzione – si è svolta con la metodologia dell’indagine questionaria. Si sono ottenute 80 risposte non complete e 50 complete. Le statistiche, e le analisi conseguenti, sono state realizzate a partire da queste ultime.

I collaboratori, all’interno della realtà della Rcs Periodici, arrivano a raggiungere un
numero mobile di circa 600 unità (su 250 colleghi regolarmente assunti). Il questionario è stato indirizzato a 300 di loro, ovvero a chi aveva, al momento della raccolta dei dati, un rapporto di collaborazione strutturato da almeno un anno con una redazione. Da notare che 111 di questi risultano, da dati aziendali forniti ufficialmente, in qualche misura “contattualizzati” (co.co.co, partite Iva e diritto d’autore). Va specificato che in Rcs Periodici non si assiste, di norma, a un abuso di utilizzo improprio delle figure atipiche (presenza di cosiddetti “abusivi” all’interno delle redazioni, a lato dei colleghi assunti).

La labilità del rapporto
L’ analisi del campione – spiega la ricerca – individua nella labilità del rapporto in sé l’elemento di debolezza più vistoso tra i tanti che definiscono negativamente la condizione atipica. Questo non certo per volontà del lavoratore autonomo ma come effetto implicito in un processo organizzativo e produttivo che individua e mantiene la propria cellula costitutiva nel lavoro precario.
L’impresa addirittura, ove possibile, ha, fino a questo momento (si sono ricostruite sequenze fino a 5 anni fa), allentato ancor di più i legami: da ciò deriva l’aumento delle partite Iva e delle
collaborazioni occasionali, dei processi di cosiddetta autonomizzazione e atomizzazione del
lavoro, con un aumento della fascia grigia del lavoro autonomo di seconda generazione, a
scapito di altre tipologie, comunque non standard, di lavoro subordinato o parasubordinato.

Alta competenza, bassi salari
Esiste una dinamica opposta tra livelli di competenza e di formazione e livello retributivo,
come messo in luce dalle interviste: nonostante l’elevato livello di formazione del campione
analizzato (soprattutto della componente femminile), il livello salariale si mantiene
grandemente al di sotto di una media vagamente ipotizzabile per le professioni intellettuali,
mentre contemporaneamente esplode al rialzo il fattore tempo collegato al lavoro.

Il dato viene in qualche misura confermato dagli andamenti tra competenza,
esperienza, formazione e dinamica occupazionale registrato in provincia di Milano: e due
elementi sono sempre più in contraddizione paradossale.

Precarietà strutturale
Nel caso del lavoratore cognitivo, del lavoratore della conoscenza, la precarietà tende
strutturalmente ad assumere un ruolo ancora più marcato, laddove esiste una sorta di
predisposizione naturale alla individualizzazione del rapporto di lavoro implicita
nell’essenza imprescindibilmente individuale della prestazione stessa. Da questo punto di
vista porre attenzione all’area del lavoro autonomo e delle collaborazioni risulta
determinante per una categoria come quella dei giornalisti, che non casualmente si è trovata
di fronte a un’implosione del fenomeno in termini che ha pochi eguali in altre categorie.

L’ abbassamento del profilo professionale
La standardizzazione della conoscenza imposta al lavoro intellettuale cognitivo è funzionale
al modello infoproduttivo introdotto con il passaggio dal fordismo al sistema di
accumulazione flessibile. Esso si appoggia su una rivoluzione tecnologica che ha reso
immediatamente trasmissibile e riproducibile il fattore conoscenza. La mercificazione del
sapere, la trasformazione di informazione e conoscenza in oggetti di consumo, portano a una
progressiva frantumazione del rapporto privilegiato che è esistito, in passato, tra capitale e
classi medie knowledge workers.
Si genera così una sfasatura tra le aspettative del lavoro concreto, che si credeva direttamente collegato a un alto profilo professionale, con conseguente riconoscimento del proprio sapere e della propria specializzazione, e la realtà a cui le forze intellettuali vengono piegate.

Il sindacato arranca
Per ciò che ci è dato capire anche dai risultati della ricerca e dalle percezioni che i lavoratori
autonomi ne hanno, il sindacato arranca ancora dietro all’introduzione del lavoro non
standard. Non a caso due terzi dei lavoratori autonomi intervistati nella ricerca ammettono di
sentirsi poco rappresentati della compagine sindacale. Ricordiamo che, a livello nazionale,
nelle piccole imprese – che pure costituiscono la base produttiva italiana – il sindacato è
coinvolto dalle imprese nella definizione di accordi sul lavoro flessibile solo nel 3% dei casi.
Sarà questa la tendenza, anche nel caso della grande impresa? Il tentativo di rendere
inefficace la contrattazione collettiva, eleva a modello quanto giù avviene nelle Pmi? Il
primo obiettivo, il minimo, richiesto dai free lance è quello di ottenere garanzie (nel
contratto collettivo di lavoro ma anche a livello locale, aziendale) sull’entità decorosa dei
guadagni e sui tempi di pagamento.

Il processo di femminilizzazione del lavoro
Il processo di femminilizzazione del lavoro in corso in Italia a partire dai primi anni
Novanta viene del tutto confermato, in termini quantitativi e qualitativi (intendendo in
questo caso, con questo secondo termine, il portato differente della partecipazione al lavoro
delle donne), dai dati della ricerca sui free lance della Rcs Periodici presentati in questo
rapporto.
• Il concetto di autonomia, su cui molto hanno insistito i free lance del campione, si coniuga
da vicino con il concetto del piacere dello svolgere il proprio lavoro in modo libero e
creativo (lavoro concreto). L’automatismo implicito negli oggetti tecnici che implicano la
produzione contemporanea porta con sé, evoca, in misura crescente il desiderio
dell’autonomia. “Il segreto della società futura non possiamo leggerlo già in questo
sdoppiamento che la rende strutturalmente autonoma (desiderosa di esserlo) e nel contempo
funzionalmente programmata?” (Naville p. 202, 1998). Inoltre, teniamo conto che in un
futuro prossimo, molto prossimo, l’universo delle comunicazioni dominerà quello delle
produzioni.

Uno stato sociale attivo
Va allora immaginato uno stato sociale attivo. In presenza
di standard di vita decrescenti – che penalizzano in misura crescente le classi medie e le
professioni intellettuali, come ben messo in luce dall’inchiesta sui giornalisti precari della
Rcs Periodici – vanno introdotte misure redistributive, giustificate anche dalla necessità di
remunerare un’attività lavorativa che sempre più eccede l’orario certificato di lavoro in un
contesto che rende produttive le facoltà vitali e relazionali degli individui.

Si potrebbe  ipotizzare l’introduzione di forme di sostegno al reddito al di sotto di una certa soglia, a prescindere dalla tipologia contrattuale e dalla condizione professionale. Si veda anche, pur nelle complesse differenze di struttura produttiva e sociale rispetto all’Italia, il modello finlandese che rappresenta comunque un suggerimento di cui  varrebbe la pena di tenere conto. Da questo punto di vista, interventi riformisti a sostegno del reddito per i lavoratori/trici ancora attivi/e (come richiesto anche da parte degli  intervistati stessi delle ricerca qui presentata) ed esigenze di riformulazione del welfare diventano sempre più ineludibili e si trasformano in interventi a sostegno del mercato del lavoro.

Un nuovo ruolo di rilievo per il sindacato
Diritti sociali di base e diritti del lavoro (o meglio, dei nuovi lavori non standard) vanno rivendicati congiuntamente, perché portati con sé dalla nuova  complessità sociale, senza certo dimenticare di fornire soluzioni coerenti e valide per la  sostenibilità economica di tali interventi. In questa inedita articolazione potrebbe profilarsi, in potenza, un nuovo ruolo di tutto rilievo anche per i sindacati, anche per il sindacato dei giornalisti.

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