La ‘’extraordinary rendition’’ di Maher Arar: denunciate le responsabilità della stampa canadese

| 23 novembre 2007 |


Il giornalista investigativo Andrew Mitrovica sottolinea in un video diffuso in questi giorni da Media Channel una vicinanza non solo fisica, ma anche simbolica tra stampa e potere, e denuncia alcuni suoi colleghi che hanno gettato fango su Arar (nella foto sopra), vittima degli abusi, “smontando la sua credibilità e distruggendo il suo nome” – “Alla fine la verità è venuta a galla” dice il giornalista, ma il problema rimane: i media, sia la carta stampata che la televisione, hanno partecipato alla distruzione di un cittadino canadese

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Arrestato, interrogato, torturato. Per più di dieci mesi, in una sperduta prigione siriana. Eppure era innocente. E’ l’agghiacciante storia di Maher Arar, cittadino canadese nato in Siria, fermato dalle autorità americane che lo hanno trasportato all’estero dove è stato ripetutamente torturato. Un caso di extraordinary rendition come quello raccontato dall’ominimo film di Gavin Hood. Ad allarmare non è soltanto la brutale violazione dei diritti umani, ma il ruolo ambiguo di una parte della stampa canadese.

La denuncia arriva da Media Channel, che ospita un video del giornalista investigativo Andrew Mitrovica. Davanti ai quartier generali dell’intelligence canadese e della Canadian Broadcasting Croporation (CBC), il reporter sottolinea una vicinanza non solo fisica, ma anche simbolica – forse incestuosa – tra stampa e potere. Mitrovica denuncia alcuni suoi colleghi che hanno gettato fango sulla vittima degli abusi, “smontando la sua credibilità e distruggendo il suo nome”.

Certamente “alla fine la verità è venuta a galla” dice il giornalista nel video. Ma il problema rimane: i media – sia la carta stampata sia la televisione – hanno partecipato alla distruzione di un cittadino canadese. In una conferenza Arar cita una frase di Malcom X: “I media sono una delle entità più potenti sulla terra, hanno il potere di rendere colpevole l’innocente e innocente il colpevole”. Parole che descrivono perfettamente quel che è successo in Canada negli ultimi anni.

Il 26 settembre 2002 Arar, un ingegnere informatico che vive a Ottawa, stava tornando da un viaggio in Tunisia. Durante lo scalo all’aeroporto JFK di New York viene fermato e arrestato. Rimane qualche giorno in un carcere della metropoli, quindi viene trasferito in Siria. Nel viaggio verso la terribile prigionia, l’areo della Cia si ferma anche in Italia (come riportato da Rai News 24, Aprile e altre testate). In Siria viene rinchiuso in una prigione chiamata “la tomba”, subisce torture fisiche e psicologiche, viene costretto ad ascoltare le urla dei prigionieri sottoposti ad altre atrocità. Viene liberato dopo diversi mesi, il 5 ottobre 2003. Il governo canadese decide di istituire una commissione d’inchiesta il 28 gennaio 2004, dopo crescenti e pressanti richieste da parte di buona parte dell’opinione pubblica canadese. Il 18 settembre 2006 la commissione sentenzia che Arar non è colpevole di nessun reato e non ha collaborato con il terrorismo di Al Qaeda o di altre sigle. Vengono censurate le autorità statunitensi e anche le forze di polizia del Canada, che avevano collaborato con gli Usa.

Mitrovica ha trattato diffusamente il caso Arar in un lungo articolo pubblicato dal mensile canadese The Walrus, dove sottolinea che la sentenza della commissione scritta dal giudice Dennis O’Connor, oltre a stabilire l’innocenza di Arar, accusa la stampa perché “le conseguenze per essere chiamato terrorista sui media nazionali sono naturalmente molto pesanti…le etichette, anche quelle inaccurate, hanno la tendenza a rimanere attaccate”.

Mitrovica, nell’analisi intitolata Hear No Evil, Write No Lies denuncia un “rapporto incestuoso tra le fonti anonime governative e i reporter parlamentari”, pur sottolineando che alcuni giornalisti hanno continuato a “cercare la verità e seguire uno dei doveri principali dei giornalisti: controllare il potere”. Il giornalista fa i nomi dei colleghi Mike Trickey, Margaret Wente del Globe and Mail (dove Mitrovica ha lavorato), Allan Thompson del Toronto Star.

Subito dopo il trasferimento di Arar in Siria è soprattuto il Globe ad occuparsi del caso – di cui si sa ancora poco o niente – mentre esso trova meno spazio sul National Post e il Toronto Star, il quotidiano più diffuso in Canada. C’é anche un precedente sul quale il secondo giornale si è speso parecchio: è quello di William Sampson, consulente canadese torturato in Arabia Saudita. Il Globe continua una campagna per capire cosa sta succedendo. Nell’aprile 2003, quando scrive che Arar sta per essere accusato di attività collegate al terrorismo, altri giornali come la Gazette di Montreal e l’Ottawa Citizen pubblicano editoriali che chiedono il rimpatrio del cittadino canadese detenuto in Siria.

Nell’estate di quell’anno la campagna portata avanti della moglie di Arar, Monia Mazigh, sembra ad una svolta: la richiesta di liberare il marito indirizzata al primo ministro canadese Jean Chrétien viene accolta.

Ma, almeno secondo il giudice che ha scritto la sentenza, è proprio in questo contesto che arriva una “soffiata” che danneggia ulteriormente la reputazione dell’ingegnere informatico. Robert Fife, allora corrispondente di CanWest News, cita fonti anonime che descrivono Arar come “un brutto ceffo (a very bad guy) che sembra aver frequentato un campo di addestramento di Al Qaeda”.

Nella sentenza, O’Connor scrive che le soffiate (i cosiddetti leaks) fatte filtrare dagli ambienti dell’intelligence canadese servivano a “influenzare l’opinione pubblica proprio mentre il governo e il primo minsitro avevano chiesto la liberazione di Arar”.

Mitrovica scrive che dopo la liberazione e il rimpatrio dell’ingegnere informatico, nell’ottobre 2003, i leaks piovvero come “tessere del domino attentamente allineate”: vengono pubblicate una serie di imbeccate di anonimi funzionari che sostengono che il canadese di origini siriane faceva parte di Al Qaeda.
Robert Fife, per esempio, cita un’altra fonte che sostiene che Arar “non è certo vergine” e che l’intelligence canadese e statunitense è sicura “al 100%” del fatto che l’ingegnere informatico avesse ricevuto l’addestramento di Al Qaeda in Afghanistan. La stampa canadese si spacca sempre più. Il National Post pubblica un editoriale in cui ammette che il giornale è diviso sul caso Arar. Il Globe, invece, continua la sua campagna sfidando le fonti: “se sono così sicure dei legami con Al Qaeda dell’ingegnere imprigionato, che escano dall’ombra”. Alla fine, dopo ripetute richieste, la commissione d’indagine pubblica apre i lavori.

La storia di Arar è molto complessa, a tratti ricorda il corrispettivo statunitense creato attorno al caso Judith Miller. Sicuramente può insegnare qualcosa sulle complesse dinamiche tra media, lotta al terrorismo e potere. Il giudice O’Connor sottolinea che nei casi di calunnia e diffamazione ci sono sempre due parti: chi comincia le falsità e chi le perpetua.

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