FICTION E REALTA’, GLI AUTORITRATTI DEL KILLER

| 18 giugno 2007 |



Il reality fotografico dell’ assassino della Virginia University – Su Fotografia&Informazione una riflessione sulla potenza delle immagini amatoriali e la percezione della realtà

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Gli autoritratti che il killer della Virginia University Cho Seung ha inviato alla rete televisiva NBC sono una conferma della potenza e dell’efficacia delle foto di cronaca amatoriali, realizzati da protagonisti o testimoni occasionali di un evento, che in una sorta di reality iconografico ci mostrano il vero volto della violenza e probabilmente le ultime immagini rimaste negli occhi delle vittime di un omicidio.

Prendendo spunto dal massacro della Virginia, Leonardo Brogiuoni compie  su Fotografia&Informazione un’ ampia riflessione su come le nuove tecnologie e la familiarità quotidiana con gli strumenti di produzione delle immagini vadano di pari passo con la padronanza dei meccanismi dell’ informazione e modifichino la percezione della realtà.
  
Cho Seung, secondo Brogioni
, ‘’non solo si è ripreso e ritratto in atteggiamenti esplicitamente violenti, ma ha anche saputo veicolare le sue immagini con una lucidità impressionante, che mi impedisce di utilizzare nei suoi confronti il termine “pazzo”.

Immagini finali, che chiudono il cerchio di un’epoca dell’informazione – prosegue -. Fotografie amatoriali che utilizzano i mass media non come strumento di propaganda ma come cassa di risonanza della pura cronaca, senza mediazioni, senza quasi possibilità di intervento o di edulcorazione.

Una cronaca che più dall’interno di così non potrà mai essere riportata.

Immagini che – pare quasi inutile dirlo – contengono un pericolo di emulazione derivante dai messaggi che i mass media veicolano non attraverso i loro strumenti di informazione ma attraverso una fiction che diventa reality: se è vero che la realtà sembra un film a maggior ragione un film può diventare reale.

E tali sono queste foto più vere del vero: più reali di un reality (al quale non è più possibile abbinare la parola “show), immagini che non consentono più al nostro immaginario di filtrare l’evento con la frase “sembra un film” (talvolta unica possibilità per i testimoni di allontanare l’incredulità e la drammaticità del momento paragonandolo alla fiction).

Dice Adolfo Mignemi nel suo libro “Lo sguardo e l’immagine” :
Nelle società complesse dell’Ottocento e del Novecento, l’atomizzazione, la dissoluzione dei gruppi primari e dei rapporti comunitari, la privazione dello status sociale, la liquidazione dell’identità hanno indotto una vera e propria “ansia di un mondo fittizio”: le masse, come scrive George L. Mosse, non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza, non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione. E’ la realtà a divenire intrinsecamente spettacolare, perchè tutta l’esperienza, nella sua essenza, è radicalmente artificializzata e derealizzata; lo “spettacolo”, inoltre, non è più messo in opera e imbastito dal potere, da una intenzionalità che lo manovra e lo trascende, ma rappresenta semplicemente se stesso.

Nel guardare le foto di Cho Seung non ho potuto fare a meno di fare un paragone con una celebre foto del recentemente scomparso Leonard Freed, quella del ragazzo nazista che indossa una t-shirt su cui sta scritto “white power” .

Le differenze tra le due immagini sono evidenti ma emblematiche: da una parte (Freed) c’è una fotografia dove il soggetto viene ridicolizzato da un autore che attraverso l’uso del linguaggio fotografico esprime un’opinione sul soggetto stesso, ci rende partecipi della sua pericolosità e della sua violenza ma al tempo stesso ci mostra i suoi eccessi, che vengono amplificati fino a farli diventare elementi di compatimento se non di derisione; dall’altra (Seung) c’è l’immagine di un ragazzo che ha compiuto una strage, realmente pericoloso (l’ha dimostrato), davvero protagonista e autore di decessi violenti; le sue azioni e la sua lucidità nell’inviare le foto ad uno dei tanti mass media che li potevano diffondere, rendono le sue pose, i suoi gesti, niente affatto ridicoli (come sarebbero potuti essere se mostrati in altro contesto o a qualcuno che non fosse al corrente di quanto successo) ma drammaticamente reali, ancorati in modo imprescindibile alla cronaca, ai suoi gesti omicidi e suicidi.

Immagini che – meglio di qualsiasi reportage sociale – raccontano una società ormai fondata sulla connivenza tra violenza e mass media.

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