EMORRAGIA NELLE REDAZIONI USA: GIORNALISTI A MENO 13% IN SEI ANNI

| 4 settembre 2007 |


Le statistiche del governo americano mostrano un forte calo dei giornalisti impiegati dalle redazioni tradizionali – Ma anche nell’ online una diminuzione del 29% – Il web crea molti nuovi impieghi ma non nel settore della produzione dei contenuti – Il peso dell’ entertainment

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Cifre molto preoccupanti vengono dagli Stati Uniti.

Nick Carr, sul suo blog  Rough Type, parla di una ‘’caduta inarrestabile’’ dei giornalisti effettivi nell’ insieme degli Stati Uniti.

Le statistiche del governo americano – rileva ecosphère – citano un calo un calo del 13% dal 2001 al 2006. 

Una  stima simile dell’American Society of Newspaper Editors aveva registrato una caduta del 4% tra il 2001 e il 2004. In pratica, il fenomeno accelera. Peggio, si potrebbe pensare che si assiste a uno spostamento dei giornalisti verso l’ online, ma anche lì gli effettivi redazionali si sono ridotti del 29% fra il 2001 e il 2006 (forse soprattutto in occasione della bolla dei primi anni del nuovo millennio).

Nick Carr è conosciuto cone un pessimista brutale –  spiega su ecosphère Emanuel Parody– ma la questione si pone lo stesso : siamo un una fase di transizione da diversi anni oppure stiamo assistendo al declino irrimediabile di una industria ?

Dietro le ultime cifre, secondo ecosphère, potrebbero agire diversi fattori :

– Bisogna ricordarsi che il precipitare dei ricavi della stampa tradizionale non è compensato dal crescere dei ricavi della stampa online. Malgrado una crescita spettacolare – a due cifre – dei ricavi dal web, questi pesano ancora raramente più del 10% dell’ insieme dei ricavi dei gruppi editoriali. La perdita di valore è reale e l’ aggiustamento dei conti si fa restringendo gli organici.

– Il web crea molti impieghi ma proporzionalmente pochi nella produzione dei contenuti. Paradossalmente il trattamento della massa di contenuti della stampa tradizionale mobilita ancora una grossa parte delle risorse. Difficile in queste condizioni giustificare più produzione quando si riesce appena ad adattare lo ‘’stock’’ esistente.

– Corrollario: i mestieri delk web sono principalmente quelli legati allo sviluppo informatico, l’ animazione, la gestione, il marketing, fuori dallo stretto perimetro del giornalismo

– Una profusione di novi siti editoriali, dai blog professionali ai siti specializzati, non rivendicano lo statuto di impresa editoriale. Dubito che i lavori che essi generano possano controbilanciare la tendenza, ma partecpano al rinnovamento dei mestieri giornalistici senza far parte del conto. Una delle ragioni per cui sono ritornato sulla controversa iniziativa di una etichetta per la stampa online .

Sul fondo – ragiona ancora Emanuel Parody – intravedo un fenomeno molto più perverso : l’ economia del web tollera male un’ attività editoriale basata interamente sulla sola produzione di informazione. Certo, impariamo a concepire l’ informazione sotto delle forme nuove, multimediali, a privilegiare i servizi e gli archivi. La ricerca ostinata dell’ audience, la necessità di bloccare l’ attenzione e di fidelizzare così come le regole impietose dell’ ottimizzazione per i motori di ricerca, portano a diluire l’ attività redazionale in dei progetti periferici : servizi commerciali, spazi comunitari, contenuti a debole valore aggiunto puntano al piacere, alla moda e alla distrazione (‘’l’entertainment”).

Quest’ ultimo fenomeno non è il segno di una pigrizia della nostra industria ma il prodotto dell’ ottimizzazione : contenuti a basso costo, ottimizzazione del traffico aderendo alla domanda e ai capricci del momento. E’ anche la lezione dei primi blog commerciali alla engadget : del  ‘’prêt-à-consommer’’ a basso costo per adattarsi a dei bassi ricavi.

In pratica vedo disegnarsi una nuova generazioni di gruppi editoriali  strutturati come i programmi di una catena televisiva generalista : dodici ore di programmi su misura intorno a due tg di mezz’ ora l’ uno. Su cui si costruisce, sì, l’ immagine e la credibilità. Un dispositivo in cui l’ informazione conserva la propria importanza strategica ma che non rappresenta che una frazione dell’ attività.

In queste condizioni si può scommettere su un rinnovamento dei media e dei mestieri che li animano, ma il transfert non avverrà necessariamente nel cuore delle redazioni. Per questa ragione la tentazione di abbandonare il modello della stampa a pagamento mi pare suicida se si vuole conservare una qualsiasi ambizione in materia di produzione di informazioni. Un gruppo editoriale per cui la produzione di informazione non è che un termine secondario di ricavi si interrogherà prima o poi, necessariamente, sulla sua missione e sulla necessità di investire in questa attività.

Temo che in questo gioco ci siano pochi vincitori…  

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