Come cambia il giornalismo

| 5 novembre 2007 |

(*Aggiornamento di una lezione tenuta da Raffaele Fiengo alla Università Cattolica di Milano nella primavera del 2005. L’aggiornamento, attraverso le note, è all’ottobre 2007).

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di Raffaele Fiengo

Una piccola premessa di metodo:

Alberto Cavallari ha tenuto la cattedra di giornalismo alla università di Parigi2, dal 1958 al 1970, ha basato le sue lezioni su una teoria delle informazioni che prendeva da Pierre Bourdieu: ogni giornale è un campo di forze organizzate gerarchicamente in una struttura.
Gli elementi che si scontrano e si compongono sono (semplificando) la proprietà del giornale, il direttore, i giornalisti, il marketing, la pubblicità, il management.

E’ importante tenere conto di questo schema perché il linguaggio giornalistico specifico, i titoli, gli articoli, le scelte e anche l’insieme del giornale (non solo quelle stampato, ma anche il giornale radio, il telegiornale, il giornale online) sono davvero una sintesi tra forze spesso in contrasto tra loro. Negli anni Settanta la “rivolta dei redattori” ha dato più spazio alla componente giornalistica, negli Ottanta abbiamo visto il prevalere della pubblicità sugli altri fattori che compongono questa sintesi, nei Novanta il dominio del marketing. Un esempio chiaro, un po’ estremizzato, è nella free press: esce sempre più frequentemente con, in prima pagina la pubblicità e dentro la vera prima pagina del giornale. Ma anche i giornali di qualità e a pagamento non scherzano in questo prepotere. Basta ricordare “Liberation” che un paio di volte all’anno esce con una sovracoperta pubblicitaria trasparente con il logo piccolo. Oppure la Gazzetta dello Sport che va in edicola sulla carta verde in occasione del lancio del film Shrek. Questo per capire come il punto di incontro tra il giornalismo e gli altri fattori si sposti continuamente.

Sono andato più volte negli Stati Uniti per conto del Corriere della Sera; giornale – come tutti gli altri – in un momento di trasformazione e di ricerca. Si parte dall’idea che i quotidiani stampati perdono copie in edicola. Questo vale in tutto il mondo. Si sta lavorando da qualche anno sul full color: nato per un’esigenza pubblicitaria. E anche sul formato. Gli inserzionisti italiani non sono interessati alla normale presentazione di un giornale più ricco, come i grandi giornali fascicolati americani con l’inserto cultura, sport, economia. Gli inserzionisti vogliono andare nel cosiddetto primo sfoglio. Quindi le aziende, salvo eccezioni come il Secolo XIX, optano per la cosiddetta formula “all in” – 94 e più pagine “tutte dentro” – scelta fatta senza nessuna motivazione giornalistica, nessun primato della domanda di lettura.
In questo quadro abbiamo promosso delle giornate di studio che hanno portato a delle analisi ma a nessun risultato chiaro e netto, per cui sono stato mandato dal giornale negli USA in ricognizione, un viaggio che ha dato una serie di risultati di un certo interesse.

IL GIORNALISMO ARRETRA

Intanto c’è un punto abbastanza consolidato: il giornalismo arretra nell’industria dell’informazione. Una tendenza nata da molti fattori: in particolare la trasformazione dei flussi informativi, dovuta alle nuove tecnologie. Le persone in tutte le parti del mondo ricevono l’informazione primaria da diverse fonti:radio, televisione, free press, internet, satelliti, telefonini, pod-cast. Questo di per sé porta a un cambiamento di ruolo della stampa stampata. Fino a 4-5 anni fa, si riteneva che la crisi potesse essere affrontata con un aggiustamento della tipologia informativa. La stampa quotidiana si spostava verso la spettacolarizzazione e quindi risolveva il problema riprendendo le tecniche dei settimanali e il modello televisivo; internet e la free-press andavano su testi più brevi, i telefonini su news telegrafiche. Si aveva la sensazione che un aggiustamento fosse possibile. I grandi giornali entravano nel mercato nuovo di internet con accordi, tipo Microsoft con il Washington Post oppure tipo Aol con Time-Warner, perché si pensava di dare il marchio di prestigio e qualità a questi colossi vincenti: grandi portali, grandi centri informativi della bolla speculativa informatica. Il giornalismo era a rimorchio. Questo teorema è stato fallimentare: ognuno è tornato sulla sua strada, queste fusioni, questi incontri imprenditoriali, sono finiti in una sorta di paralisi specifica, la bolla speculativa è caduta nelle borse. (segue)

Quindi da 4-5 anni si è prodotta una inversione, che ha portato i grandi marchi giornalistici a scoprire il proprio valore in sé, ma anche con gli altri mezzi, i famosi new media.

ARRIVA IL “CONTINUOUS NEWS”

Questa scoperta, che sembra molto banale, non è stata raggiunta facilmente. Il rapporto tra i grandi giornali e internet è stato complesso. Fino a due anni fa, negli Stati Uniti, nulla di quanto pubblicato in cartaceo poteva essere prima pubblicato on line. Questa politica partiva dall’idea che la nuova generazione dei 35enni sarebbe arrivata comunque ai giornali stampati una volta entrata nel mondo del lavoro in modo stabile. La visione era errata, poiché studi consolidati dimostrano che questa generazione, invece, proprio come generazione, non si avvicina al giornale stampato. Ma si raggiunge l’informazione con altri mezzi. Internet è il principale. In conseguenza di questa valutazione sul campo, i grandi giornali negli Stati Uniti e non solo hanno incominciato a creare una inversione totale di logica: la testata on line è diventata una normale edizione della loro testata. A questo processo si è abbinata anche una inversione nella formula organizzativa. Fino a cinque-sei anni fa si erano rafforzate in termini di unità lavorative le redazioni on line creando una situazione economica non vantaggiosa. Le entrate pubblicitarie si indirizzavano lentamente verso le edizioni web. Ma le edizioni on line non riuscivano ad essere concorrenziali come marchio separato. Si inseguiva un impossibile equilibrio sulla base del giornale on line come autonoma testata, una diversa e separata iniziativa editoriale. Uno spreco colossale di risorse. Invece, dopo il fallimento, c’è stato un saggio ripensamento. Non si è più immesso un crescente numero di redattori dedicati nelle edizioni online: i giornalisti di Internet, per farne un nuovo giornale, per andare verso i 300 giornalisti del Chicago tribune nella versione web (fine anni ’90). Le testate dell’edizione elettronica si assestano oggi sulle 40 unità (in Italia molto meno). Ma la nuova formula organizzativa prevede l’utilizzo dell’intero giornale con una struttura che si chiama “continuous news desk” inserita nell’organizzazione primaria della newsroom. Un cambiamento con molte implicazioni (anche sindacali), ma ovvio. Ma il giornalista non fa un doppio lavoro.
Al Washington Post, per esempio, MacGregor, ex direttore dell’International Herald Tribune, quando si è sciolto l’accordo Washington Post e New York Times sull’Herald Tribune edito a Parigi con gli articoli dei due giornali, è passato a capo di questa sezione fondamentale. Il suo ruolo è nuovo: una sorta di direttore di quell’edizione continua ed elettronica del giornale cartaceo, ma lavora al centro del giornale stesso (nella “Conference room” siede accanto al direttore) e attiva tutte le fonti interne ed esterne, tutti i giornalisti. Al New York Times sono più di 1.000 giornalisti che forniscono le notizie con il “continuous news desk” a flusso continuo 24 ore su 24.
In concreto, questa sezione del giornale ha 3-4 editor e due o tre scriventi che, di concerto con i giornalisti sul campo, su una notizia appena battuta dalle agenzie forniscono un’informazione elaborata nel giro di 30 minuti. La caratteristica assolutamente nuova è che questa informazione è competitiva con tutti gli altri mezzi. Competitiva con le radio, con la televisione, con tutte le altre fonti di internet. La notizia in tempo reale viene così ad arricchirsi dello spessore informativo del marchio della testata. La qualità giornalistica deriva dalla presenza degli inviati sul luogo degli avvenimenti che lavorano insieme con i colleghi scriventi della redazione, rendendo la notizia peculiare rispetto a quanto riportato nelle stesse agenzie di stampa. (Se andate sul sito del Washington Post o del New York Times troverete anche tre firme sotto gli articoli sui fatti maggiori in corso).
Nella guerra nell’ex Jugoslavia, il Los Angeles Times aveva cinque inviati in campo, riversati completamente sulla notizia. Uno di loro (unico giornalista presente nella città) stava a Pristina e per un’ora al giorno rispondeva alle email dei lettori direttamente con aggiustamenti e arricchimenti nel suo testo online. Questa testata statunitense ha fatturato 48 milioni di dollari sulla base di entrate pubblicitarie sul digitale, suscitando meraviglia nell’ambiente. Murdoch, editore e proprietario di Sky, ha fatto ammissione di scarsa lungimiranza affermando il suo ritardo su internet. Anche il mercato pubblicitario in Italia si sta movendo in questa direzione, così come Corriere e Repubblica. I siti da guardare su questo tema sono quelli del New York Times, Los Angeles Times, Financial Times, il Telegraph, Ha’aretz (il giornale di Israele).

L’INFORMAZIONE PRIMARIA NON SI PAGA

Questo cambiamento comporta un diverso atteggiamento. L’esclusiva per esempio: non viene più conservata per l’edizione che va in edicola. Il New York Times aveva la bobina con le conversazioni tra Bush e i suoi amici, prima che diventasse un politico, un documento eccezionale per capire le sue scelte sbagliate da presidente. L’edizione online ha pubblicato i testi prima di quella stampata, magari non integralmente e senza un commento per darli prima.
Un altro esempio: se muore Alberto Sordi, i giornali che hanno i coccodrilli stanno imparando a metterli subito online, in modo che non c’è solo la notizia ma c’è anche subito la ricchezza informativa.
Questo si accompagna all’idea che i giovani fruitori di notizie pensano che l’informazione non si paga, quindi girano sui sei, sette siti che guardano quando c’è un avvenimento e poi fanno una scelta verso la qualità. E’ chiaro che se sono il Corriere o Repubblica e metto sul sito tutte le mie informazioni, mantenendo la gratuità, al quarto contatto mi sono fatto un visitatore costante. Questo è uno degli schemi, è una risultanza operativa abbastanza innovativa(1).
Una vera rivoluzione è in corso per quanto riguarda il rapporto tra il giornale e i fruitori(2).
Durante la grande nevicata di Milano nel Corriere.it si è cercato di coinvolgere i lettori nelle immagini. Io stesso durante la riunione del mattino ho proposto: “perché non chiediamo ai lettori di mandare qualche foto di neve?” Nel giro di sei-sette ore ne sono arrivate 600 e una di questa è stata usata come fotografia di prima pagina per quanto era bella. Con la morte del Papa la cosa si è ripetuta a valanga. Avrete letto gli articoli che riguardano le foto al corpo del Papa esposto ai fedeli. Anche qui il concetto di comunità trova clamorosa applicazione. Non solo. Mentre il giornale è limitato come spazio, a causa di una foliazione a cui al massimo puoi aggiungere un supplemento, l’edizione online ha una “foliazione illimitata”. A San Valentino il giornale stampato, secondo il modello di Liberation (che per prima ha avuto l’idea) inserisce dei messaggini d’amore, ma non si può pubblicarne più di 100, mentre online la disponibilità di spazio è infinita.

IL GIORNALE E I CITTADINI

Un altro esempio fa comprendere ancora di più il nuovo rapporto tra giornale e comunità: il Boston globe, di proprietà del New York Times, aveva ogni anno un concorso tra tutte le scuole della città, anche elementari, una sorta di oscar delle attività artistiche degli scolari. Questa era una tradizione del giornale stampato. Pittura, scultura, teatro, balletto, musica. Con il “Boston. com”, l’edizione elettronica, è possibile pubblicare tutto. Ogni disegno, ogni file musicale, ogni filmato di ogni bambino viene messo lì. C’è sempre poi la selezione a premi. Ma il coinvolgimento è maggiore. Questo è importante per comprendere come i linguaggi possano essere mutuati l’uno dall’altro però con un’estensione esponenziale attraverso internet.
Tornato al giornale dagli Stati Uniti, nel gennaio 2005 ho parlato ossessivamente con tutti quelli che potevano fare qualcosa per rispondere a quel che stava avvenendo. Il ritardo degli editori italiani, ma anche dei giornalisti, in Italia era notevole. Se un grande giornale aveva una intervista esclusiva con Walesa al mattino e nel pomeriggio era prevista una conferenza stampa del padre di Solidarnosc era inutile proporre si mettere l’articolo sull’online. Prevaleva l’idea che non servisse alla testata e che anzi favoriva una cannibalizzazione del quotidiano stampato ad opera di internet.Tornando alla mia personale avventura, forte di dati concreti e verificabili parlai con Vittorio Colao, con il capo della pubblicità, oltre che con il direttore e gli altri responsabili del giornale. Sono stato ascoltato forse, ma l’ascolto si è fatto un po’ più attento solo quando si è visto che dopo venti giorni Repubblica ha cominciato a fare 4 canali tematici on-line(3).
Non è ancora il continuous news, però questo è l’indirizzo. Le edizioni online hanno avuto negli ultimi mesi uno sviluppo incredibile(4). Senza contare che le forme di giornalismo che si attivano nell’incontro carta stampata-internet comprendono automaticamente una serie di novità imprevedibili e impensabili. Una di queste è la comunità-mercato. Uno dei pochi punti chiari venuti fuori da tutti i centri studi è che nella crisi dei quotidiani ha meno crisi chi è legato con la comunità. Questo fa sì che la natura di giornale locale anche di un grande giornale viene accentuata dappertutto. Se pensate ai quattro grandi giornali americani: New York Times, Washington Post, Los Angeles Times e Chicago Tribune sono quattro giornali ben impiantati localmente. Non meravigli che il New York Times una volta a settimana quando fa l’edizione che ha talvolta anche 1.000, 1.200 pagine non si vergogna di raccogliere in 2 pagine i matrimoni della settimana raccontati con delle storie in 20-25 righe con le foto degli sposi. Un osservatore europeo potrebbe storcere il naso come se fosse un’operazione molto provinciale, in realtà è uno dei risvolti del discorso comunità. La clientela di New York e dintorni sa che c’è una redazione del giornale che valuta le storie che arrivano a matrimoni o alla formazione di famiglie e ne sceglie ogni settimana un certo numero in base all’interesse della storia. Così quando muore qualcuno la sezione obituary del giornale fa anche la storia del panettiere importante di Queen’s. Questo perché una delle risultanze di questi centri di studi sulla crisi dei quotidiani dimostra che il giornale legato con la comunità ha maggiore possibilità di resistere al trend. In coerenza con questo il Washington Post dal 1981 non ha più aumentato il prezzo.
I filoni attraverso i quali una pubblicazione si lega alla città sono molti. Il “Philadelfia Enquirer” ha una rete che unisce a sé, attraverso finanziamenti, come se fosse una Cassa di Risparmio della tradizione italiana, quasi tutte le associazioni e le fondazioni della città. Molti giornali sviluppano, accanto alla capillare azione di denuncia su quel che non funziona in città, anche una struttura che associa tra loro i cittadini interessati a un problema e pensa anche alla soluzione concreta (5).

LE “INFORMAZIONI NULLE”

Una chiave più forte è l’identificazione del lettore con il giornale-città. Questa può nascere con gli anni spontaneamente, per affezione o può rivelarsi in circostanze eccezionali come il Messaggero Veneto per il terremoto nel Friuli o il Times Picayune per la tragedia di Katrina. In quest’ultimo caso per tre giorni il giornale non potè essere stampato a causa della sede allagata ed evacuata, ma uscì su Internet e divenne uno straordinario punto funzionante. Mentre il governo latitava e i soccorsi non arrivavano il Picayune divenne la comunità di New Orleans mettendo in comunicazione tra loro i cittadini. Perfetta sintesi (da studiare) tra carta stampata e online premiata con il Pulitzer.
L’identificazione del lettore con la città attraverso il giornale può manifestarsi (ed essere coltivata) anche in maniera più tranquilla attraverso le “informazioni nulle” descritte da Queneau (6). Il caso di scuola è il “NewYorker”: la copertina con due ragazzi seduti al bar durante la grande nevicata oppure una giovane coppia che cammina tra le foglie gialle e rosse del Central Park in autunno danno un senso di appartenenza davvero notevole.
Contiguo a questo ragionare è la discesa nel metrò. Marc Augè nel librino “Un etnologo nel metrò” lo spiega bene: racconta come in quei treni al mattino c’è il massimo della solitudine delle persone e contemporaneamente il massimo della comunità e della vicinanza. E lì si comprendono molte cose, un classico servizio giornalistico o una rubrica quotidiana (non facile da realizzare) è quello di andare in metrò a raccogliere le parole che vengono dette, i discorsi. Testi con frammenti di discorsi, storie rintracciate di chi offre musica per qualche spicciolo. Il giornale così non solo racconta che cosa si muove in una società, ma si installa nella vita dei propri lettori.Non a caso il principale free press del mondo si chiama “Metro”.
Pensate che il Washington Post costa 35 cent, niente. Nonostante questa politica del prezzo in città so, in maniera riservata, ma certa, perché me l’hanno detto i responsabili in camera di carità, che il giornale perde copie, soprattutto nella capitale. La formula che ha scelto il Washington Post per essere sul mercato è di valorizzare il suo place, quello di essere a Washington, centro degli Stati Uniti e centro del potere di tutto il mondo. Quindi si avvale di questa capacità locale per essere un giornale indispensabile in tutto il mondo. Il Washington Post fa anche dei settimanali di zona della città: i latino americani hanno un’edizione in spagnolo, gli abitanti di Georgetown un’edizione che si chiama “George”, dedicata al loro quartiere. Dunque, al Washington Post coltivano moltissimo la comunità proprio perché la formula “la comunità è il mercato” è una formula reale. Ciononostante è in perdita copie.
Anche il New York Times perde copie in edicola, però compensa le perdite cittadine con maggiore attenzione fuori da New York, mentre , come dicevo, il Washington Post si chiude sulla città perché è il suo punto di forza.

LA QUALITA’, PARTE INVISIBILE DEL BILANCI

Questa situazione ha dato luogo a un risvolto economico, finanziario e imprenditoriale piuttosto importante: un grande giornale è sul mercato con una caratteristica che in economia è definita anelastica. Un grande giornale, quando va sul mercato, vende due cose: il rapporto tra i produttori della società e il cliente, questo poi diventa la pubblicità e il marketing. Ma vende anche la sua credibilità e la sua autorevolezza. Questi due elementi, secondo un prestigioso centro studi di Harvard, il Joan Shorenstein Center, sono quantificabili e fanno parte del valore dell’impresa. Apparentemente non entrano nel bilancio, ma si traducono in moneta sonante quando il mercato si presenta alla testata (7). Quindi la credibilità e l’autorità del giornale non sono un fatto collaterale. Sono uno degli elementi portanti accanto alla pubblicità.
La capacità di influenzare da parte dei giornali non è facile da misurare però è un elemento importante del giornale. E la correttezza nel reporting aggiunge fiducia e quindi è raccomandata l’informazione di prima mano, il valore aggiunto nella trasmissione delle notizie. È questa attività che distingue il giornalismo dalla comunicazione. La trasmissione dei dati scritti, audio e video in tempo reale e a costi che tendono a zero sono una grande opportunità, ma contengono anche una insidia e una tentazione. Il crollo dei costi di produzione nel produrre informazione ha portato il mercato dell’informazione a creare delle scatole che si riempiono anche in automatico. Le notizie una volta messe sulla rete possono essere risistemate in diverse forme e rilanciate gratuitamente o a pagamento, in edicola o su altri veicoli. Pensate a google news… Si crea quella tendenza dei giornalisti a diventare packaging people, ossia degli impacchetatori di notizie confezionate.
Negli anni 70 arrivavano a Milano, da Roma, gli articoli dei corrispondenti dalla politica.. Arrivavano su carta o per telescrivente. La redazione li leggeva, li correggeva, e li passava in tipografia dove venivano ribattuti dai linotipisti. Con l’elettronica le notizie arrivano dalla redazione romana a quelle milanesi che stampano il giornale, senza dovere essere ribattute. I mezzi tendono a non avere bisogno di giornalismo aggiuntivo, ma a diffondere a fotocopia le notizie delle fonti. Questo tende a far cadere il concetto di giornalismo come checking e balancing. Se si emette un comunicato da una istituzione, il giornale ce l’ha già pronto. Al massimo ci posso mettere qualche opinione(8).
Che cosa succede però in virtù dell’andamento del mercato e della discesa delle copie vendute di cui vi ho parlato? I fattori che compongono il conto dell’impresa subiscono una variazione: alla fine del Novecento si era arrivati al fifty-fifty: metà introiti editoriali, metà pubblicità. Già questo ha avuto un riflesso nel campo di forze. Se vi è capitato di vedere una copertina del magazine del Corriere con le scarpe del personaggio in primo piano, come le Tod’s, è probabile che si voglia fare pubblicità a quella azienda. E’ capitato, sto citando un fatto realmente accaduto. Non c’è da scandalizzarsi. L’importante è capire perché.Quindi questo equilibrio era già di per sé un po’ precario. Adesso in Italia l’equilibrio nei grandi giornali è 1/3 pubblicità, 1/3 vendita dei giornali, 1/3 vendita dei collaterali.

L’INFORMAZIONE DI CONFINE

Tutto questo porta nella situazione economica del giornale una sorta di anomalia: il giornalismo dunque si è affievolito nell’industria dell’informazione. Se il conto economico dell’impresa giornale è composto in questo modo, state tranquilli che l’elemento giornalismo comincia a perdere peso nel campo di forze. Andate con la mente a vedere cosa significa tutto questo. Se prendete Repubblica o il Corriere in un giorno in cui sono abbinati ad un libro, magari di fiabe, troverete che nella pagina di cultura si parlerà di questo libro, forse con un articolo magistrale che finirà nelle antologie. Tuttavia questo non è giornalismo: in edicola vado a comprare il giornalismo nel giornale, acquisto tranquillo, sezione per sezione, il fatto che i redattori culturali scelgano quel giorno il fatto culturale che trasmettono ai lettori in cambio del prezzo. E così quelli dell’economia, degli spettacoli, dello sport, fino all’ultima pagina. Se, invece, la scelta è indirizzata per un’altra ragione, per vendere il libro o il dvd o la videocassetta, siamo deviati, andiamo verso la cosiddetta “informazione di confine” tra il testo giornalistico e la pubblicità.
Ci sono degli accorgimenti per riequilibrare questo sviamento. La redazione del Corriere della Sera si è battuta perché questa alterazione avvenga normalmente, salvo eccezioni, con delle pagine in più. Per esempio nella cultura, se si deve propagandare un libro viene inserita una pagina in più. C’è il rischio che l’articolo promozionale, soprattutto se ha una firma di valore finisca in una posizione più qualificata rispetto agli altri articoli (9).
L’8 febbraio 2004 Eugenio Scalfari, ha pubblicato un articolo di fondo intitolato“Di pensiero in pensier di monte in monte”. Un vero e proprio editoriale sul ruolo della poesia nella società contemporanea e nella politica. Era uno scritto legato al fatto che la settimana dopo Repubblica avrebbe lanciato –come vendita in allegato – una collana di poesia. Non era nemmeno citata l’iniziativa in vista! Pensate a come il giornalismo sia sottoposto ad indebolimento, trasformazione e a quant’altro. Questo, piaccia o no, è l’assetto odierno dell’industria giornalistica e nel mercato accade qualcosa di difficilmente contrastabile.
In materia il libro “The vanishing newspaper”, di Philip Meyer, è abbastanza interessante. Prova in modo scientifico, alcuni dei fenomeni che ho descritto. Ad esempio ha calcolato l’indice di influenza e di credibilità dei giornali. Però non è vero che ha annunciato la morte dei giornali per una data vicina; ha, invece, come oggetto il convincimento che sia possibile coniugare il mercato e la qualità e quindi ricerca e coglie gli elementi della storia dell’azienda giornalistica validi per non abbassare il livello.

“PRENDI I SOLDI E SCAPPA”
Ma il mercato di per sé, che cosa tende a fare? Siccome la vendita delle copie cale e non è più così importante, il mercato, specialmente la borsa,chiama dei manager a cui viene affidata l’impresa e dice loro “take the money e run away”, prendi i soldi e scappa. Questo perchè il giornale ha una caratteristica peculiare. La credibilità non si perde dall’oggi al domani. Il TG1 può essere fatto nei peggiori dei modi, il Corriere può cadere in mano alla pubblicità in ogni sua pagina, ma prima di perdere il primato pubblicitario e la credibilità o che la popolazione delle città dove è simbolo non gli invii più i necrologi, deve passare molto, o abbastanza, tempo. Allora il mercato cattivo chiama il signor Colao e gli dice magari “Intanto ti do due miliardi per venire, altri quattro ogni anno e altri due miliardi se tagli i costi”. Non che Colao sia un malvagio. Viene investito di questi compiti perchè il mezzo lo consente. Il Corriere della Sera può essere spremuto addirittura quasi tutti i giorni. E direi che è utile fare attenzione a questi fatti strutturali, perchè chi impara a vederli già nelle pagine del giornale in edicola, impara meglio che cos’è il giornalismo, che cosa potrebbe essere e se valga ancora la pena cimentarsi in questi professione.
Alla morte di Wojtyla, il librino sul papa ragazzo, assume la forma delle fiabe, ha infatti il contorno delle immagine uguale ai libri delle fiabe venduti con successo in allegato fino a qualche settimana prima. Gli uomini del marketing hanno unito le fiabe con la morte del papa.
Questo è un meccanismo pauroso, anche se non demonizzo niente. Si tratta certamente di punti di passaggio obbligati se si vuole comprendere e costruire poi linguaggi giornalistici proponibili; e soprattutto indispensabile bagaglio se si vuole proporre il giornalismo dove è sempre più “evanescente”.
Volevo fare un ulteriore passaggio. Il Wall Street Journal è riuscito ad aumentare le copie vendute tramite il filtro del sito on line, anche se quest’ultimo è a pagamento. Però è un anomalia, dovuta al tipo di notizie trattate dal giornale, l’economia e la finanza al massimo livello (10).

SCARSEGGIA LA LATTUGA

Bisogna abituarsi all’idea che la testata è la stessa, sia online che cartacea. Una volta si pensava che in internet bastasse mettere solo le 20 righe della cronaca, ma non è così. Ci sono anche articoli di cinque cartelle. Una delle ragioni che inducono a questo atteggiamento è una frase ad effetto di un professore americano che commentava il bombardamento di notizie. Faceva un paragone con una comunità di conigli, dove ad un certo è punto scarseggia la lattuga. Con l’eccesso di informazione, notava, scarseggia l’attenzione. La nomina del papa, lo tsunami, lo stesso 11 settembre, sono notizie che vengono da altri fonti e il giornale non può limitarsi a riferirle e basta. I quotidiani si sono trovati in ruolo inedito, è cambiata la ricerca del linguaggio giornalistico stampato: la sera dell’11 settembre, i quotidiani avevano un problema non piccolo: presentarsi l’indomani in edicola su una informazione che aveva occupato gli schermi televisivi di tutto il mondo e la rete per tutto il giorno, con le stesse immagini ripetute all’infinito. Spontaneamente, ciascuno in un modo diverso, hanno cercato un ferma immagine per fissare nella memoria un avvenimento che anche ad anni di distanza è sfuggente nella sua portata. Il “Corriere della Sera”, insieme con “Le Figaro” ha fatto una bella prima pagina: la parte superiore con una dominante azzurrina, sotto un po’ più sfocata, che nell’insieme ricordava un’opera d’arte del realismo americano (le scene di Hopper per capirci). Si voleva fissare la memoria con mezzi diversi, dando più importanza alle immagine, con due-tre livelli di lettura. Racconti di fotografie, frasi messe in evidenza, infografica portata all’estremo.
Giocare con le immagini in Italia è più difficile. La fotografia è ancora una ancella, non esistono nei giornali fotogiornalisti, l’infografica raramente è inserita nell’interno di una redazione, è come un buco: lo riempie un’altra persona che non è un giornalista; in quasi tutto il mondo dentro la redazione uno specialista quando arriva la notizia lavora a questa, senza intermediari, mentre nasce la pagina: la pagina è un linguaggio unico, la coesistenza di linguaggi compositi è fondamentale.

Per avere un’idea precisa di quello di cui stiamo parlando vediamo alcune cifre: Repubblica.it e Corriere.it sono sopra i 300 mila contatti unici e nei giorni del Papa il Corriere era sulle 400 mila con punte fino 540 mentre Repubblica che è un po’ più avanti è arrivata a dichiarare circa 800 mila contatti. Tra l’altro il New York Times digital ha superato il numero di copie del New York Times stampato. Siamo a 1,2 milioni di copie (11).

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(1)È del settembre 2007 la notizia che il New York Times è passato alla gratuità per la lettura di tutti gli articoli compreso quelli dell’archivio). E il 1° ottobre anche il Financial Times ha smesso di far pagare la lettura della sua edizione online.

(2)Negli ultimi due anni il ritmo di questa trasformazione è aumentato. Un segno clamoroso è stata la cover story di Time magazine dedicata al personaggio dell’anno. Il maggiore settimanale del mondo ha creato una copertina con lo specchio e sotto il titolo “Person of the year” ha scritto “You” ,Yes, you. You control the Information Age. Welcome to your world. (Il personaggio dell’anno sei tu, sì, proprio tu. Tu controlli l’età dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo). Tutta la materia che fa capo al protagonismo del fruitore di notizie (compreso l’esplosione dei blog , You Tube, le iniziative che uniscono lettori e giornalisti come New Assignment) va sotto la sigla “Me media” abbastanza chiara nella sua direzione. Così tra l’altro è stato intitolato un inserto dell’Economist nel 2006.
Un aggiornamento continuo di quanto si muove in tutto il mondo si può leggere nel sito Libertà di stampa libertà di informazione nato faticosamente a lato della Fnsi ( www.lsdi.it ).

(3)Ho anche riportato le mie scoperte al Consiglio nazionale della Fnsi e agli studenti del mio corso all’Università di Padova. Ero impressionato soprattutto dal libro “The vanishing newspaper” e dalle sue risultanze che un anno dopo sono divenute copertina dell’Economist (“Who killed the newspapers”) e dell’Internazionale (“Chi ha ucciso i giornali”).

(4) Nel 2006 “El Pais” ha creato online una edizione pomeridiana di dodici pagine che ognuno può stamparsi e portarsi a casa dall’ufficio. (I dati dei contatti hanno dimostrato che prima di lasciare il lavoro molti dipendenti si collegano per le informazioni utilizzando i computer in azienda). L’iniziativa in Italia è stata ripresa pari pari da Repubblica. Il Corriere ,invece, ha realizzato su Milano una free press di quattro pagine “Anteprima del Corriere”che distribuisce in città (metrò eccetera) con le notizie correnti del giorno. Una rinascita in un certo senso del giornale del pomeriggio. Anche il Sole-24 ore è presente su questo terreno con una testata “24 minuti” (a Roma e Milano) con 12 pagine di informazioni. I grandi giornali raggiungono il pubblico anche con Sms e email.

(5)Un tentativo di questo tipo fu varato nel 2004 dalla Bbc con l’iniziativa “I can”. Su questo terreno,il 2 ottobre 2007, il Corriere della Sera ha avviato una redazione mobile per avvicinare di più i cittadini alle prese con problemi che il Comune non risolve.”Dentro il tuo quartiere”due volte a settimana mette in strada un camper con il responsabile delle lettere cittadine, un cronista e un inviato per il racconto della giornata.

(6)In realtà non sono tutt’altro che nulle perché alimentano le comunicazioni reciproche tra i membri di una comunità. Se due persone anche sconosciute sono insieme alla fermata del tram e piove forte, è probabile che parlino della pioggia anche se la notizia è davanti ai loro occhi.

(7)Clamorosa l’offerta vincente di Murdoch per il Wall Street Journal nel 2007.

(8)Che bisogno ho di aprire un ufficio di corrispondenza a Nuova Delhi se dall’India posso ricevere foto e notizie da fonti esterne alla mia impresa a costi risibili?

(9)Semprechè le scelte ordinarie siano indipendenti. Onestamente spesso non è così: gli automatismi legati ai rapporti con le case editrici, il favore verso i libri del proprio editore, i favori reciproci tra giornalisti che scrivono libri e altre priorità ispirano una percentuale rilevante dei contenuti anche delle testate più accreditate. Per mettersi al riparo da queste debolezze “Le Monde” ad esempio non recensisce i libri dei propri giornalisti, ma si limita a segnalarli.

(10)La vendita del Wall Street Journal a Murdoch è una buona parabola: lo scontro tra le garanzie formali di indipendenza (assai forti nella vecchia proprietà) e la potenza del danaro, in questa vicenda è particolarmente istruttivo.

(11)Ai primi di ottobre 2007 i contatti unici di Corriere e Repubblica sono appena sotto e sopra il milione.

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