Co-giornalismo, le esperienze si moltiplicano negli Usa a gran velocità

| 17 ottobre 2007 |


Prime riflessioni dopo il Networked Journalism Summit di New York – L’ incontro, organizzato da Jeff Jarvis (giornalista e direttore del programma di Giornalismo interattivo alla Graduate School of Journalism della CUNY), ha visto insieme i protagonisti di alcuni dei più avanzati esperimenti di giornalismo collaborativi

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Si è appena tenuto a New York il primo Networked Journalism Summit . Un incontro che ha visto insieme i protagonisti di alcune delle più avanzate esperienze di giornalismo collaborativi e che è stato organizzato da Jeff Jarvis, giornalista, docente del programma di Giornalismo interattivo alla  Graduate School of Journalism della City University of New York e creatore di Buzzmachine, uno dei più seguiti blog sui problemi del giornalismo.

All’ avvenimento ha dedicato un’ ampia ricostruzione nel suo blog Samsa, Philippe Couve, giornalista francese esperto di internet, secondo cui, più di che di giornalismo in rete, ‘’sarebbe più appropriato parlare di co-giornalismo’’.

Co-giornalismo – aggiunge – perché evoca concetti come collaborativo, cooperativo, collettivo, e così via. Ma anche perché è meno techno di ‘’in rete’’, meno esoterico di ‘’pro/am’’ (professionale/amatoriale, ma quest’ ultima parola in italiano suona piuttosto dispregiativa, come anche dilettante), meno  flou di ‘’collaborativo’’.

L’ organizzatore dell’ incontro, Jeff Jarvis,  ha tratto sul suo sito i primi insegnamenti  di questa giornata di scambio, che Couve sintetizza così:

  • Le esperienze di co-gioralismo si moltiplicano a gran velocità negli Stati Uniti (in basso una selezione dei vari esperimenti)
  • Non esiste un business model. Nessuno ha trovato il modo di guadagnare/non perdere soldi praticandolo. Comunque qualche notizia incoraggiante c’è. Il Washington Post starebbe per vendere i lettori della sua rete di blog per “un CPM a due cifre“. In pratica, il costo per mille delle inserzioni (CPM) sarebbe seriore a 10 dollari e vicino a quello praticato per l’ edizione online del giornale.
  • I cittadini che prendono parte a un lavoro gioralistico devono essere motivate. Questa motivazione può essere finan ziaria, e si cade nel punto precedente, oppure di altra natura: la soddisfazione personale di vedersi citati (in un giornale cartaceo soprattutto, cosa che sembra particolarmente gratificante per numerosi internauti), o di vedere la propria foto.
  • La questione della proprietà dell’ opera collettiva non è evidente. Se i giornalisti forniscono la piattaforma e organizzano il lavoro, il risultato finale è il frutto di uno sforzo collettivo. Per Jeff Jarvis, senza dubbio, ne è proprietaria la collettività, ma questo diventa difficile da radurre in termini giuridici visto che questa collettività non esiste giuridicamente. E’ stato segnalato che in vari casi (e in particolare in occasione della recente acquisizione di  Newsvine da parte di MSNBC), la comunità aveva avuto la bruttissima impressione di essere stata venduta.
  • Il co-giornalismo genera dei costi (coordinazione, negoziazione, formazione, redazione). Senza contare quelli generati dalla necessaria ‘’pulizia’’ dei commenti quando non portano niente alla discussione o sono passibili di querela. Di passaggio, si viene a sapere che la BBC lavora su un sistema che permetterebbe di riprendere solo quei messaggi, pubblicati ad esempi su YouTube o Flickr, che abbiano un tag che le dà il via libera.
  • Sarebbe un po’ come il servizio proposto dagli svizzeri di coComment , che propongono all’ internauta di seguire tutte le ‘’conversazioni’’ a cui egli partecipa senza doversi spostare a mano a mano su tutti i siti sui quali ha lasciato dei commenti.
  • Se I giornalisti diventano membri della collettività con cui praticano il co-giornalismo, la loro posizione cambia. I tratta di uno scambio di saperi (o di sapere) tra giornalisti e la collettività, non solo più di un semplice scambio di informazioni. E una delle competenze del giornalista deve essere quella di saper organizzare questa collettività.

Ecco alcune delle esperienze di co-giornalismo negli Usa segnalate da Couve:

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