UN PO’ DI UMILTA’, PLEASE

| 8 gennaio 2006 |

La grande bufala dei minatori dati per morti ha nuovamente svelato la presunzione dei giornali di carta e il timore di ammettere i limiti che la realtà impone anche a grandi testate.

La cultura professionale del giornalismo Usa si sta interrogando in questi giorni non solo sui limiti e le responsabilità della clamorosa beffa che ha portato tutti i quotidiani del paese a dare per vivi i dodici minatori che in realtà erano morti ma anche sul fatto che i giornali di carta con versione o sito on line non hanno ancora maturato la coscienza di essere solo una delle piattaforme di distribuzione dell’ informazione che la redazione produce. E che in certe occasioni la presunzione gioca dei brutti scherzi.

Un aspetto quest’ ultimo – altrettanto interessante dell’ analisi sui meccanismi della colossale ‘’bufala’’ – che Mario Tedeschini Lalli ha segnalato nel suo ‘’Giornalismo d’ altri’’ (qui).

Tedeschini Lalli riporta i ragionamenti che Steve Outing, uno degli animatori del sito di Poynter Institute, ha sviluppato in un articolo dal titolo ‘’ Coal Miners Story: A Partial Solution for Print’’ – e si rallegra per la cultura professionale del giornalismo che negli Stati Uniti ‘’si interroga continuamente – e in pubblico! – sui propri limiti e sui propri standard’’.

”Fra tutti – rileva Tedeschini Lalli – , Steve Outing mi sembra che opportunamente spinga la discussione al di là dei confini risaputi, basandosi sul concetto ormai ripetuto, ma ancora non psicologicamente fatto proprio dalle redazioni, che le testate quotidiane non sono più solo “carta”, non si esprimono più solo con l’edizione in edicola.

Alla domanda “Ma che avrebbe potuto fare il direttore di un giornale di fronte alla notizia del miracoloso ritrovamento mentre l’edizione si chiudeva?”, Outing risponde così:

“Pubblicare accanto all’articolo un box nel quale si invitavano i lettori a controllare il sito web del giornale per gli aggiornamenti della vicenda e si ammetteva che al momento della chiusura in tipografia dell’edizione a stampa la situazione era ancora fluida.

“Riconoscere pubblicamente i limiti della informazione avrebbe aiutato i lettori a comprendere le ragioni per le quali l’articolo stampato era sbagliato. Decidendo non farne menzione, una parte dei lettori hanno immaginato da soli che cosa fosse successo, altri hanno invece immaginato che i responsabili del giornale fossero incompetenti.
“Un’altra idea che mi viene in mente ha più a che vedere con soluzioni di gestione delle crisi: poiché i quotidiani ora si esprimono attraverso diverse piattaforme e visto che dovrebbero avere le email di tutti i loro abbonati, avrebbero potuto inviare (via mail) una “Correzione urgente” che aggiornasse la storia. Se il giornale avesse avuto un notiziario su telefoni cellulari, avrebbe potuto utilizzare anche quello”.

In sintesi: è un caso classico – conclude Tedeschini Lalli – dove la nuova realtà della informazione H24 e multipiattaforma offre alla singola testata la possibilità di informare di più e meglio. O comunque di giocare a carte scoperte con il proprio pubblico, cessando la “presunzione di onniscienza” che accompagna normalmente un servizio giornalistico tradizionale.

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