LE FONTI: LA LEZIONE DELLA TRAGEDIA DI SAGO

| 21 gennaio 2006 |

Domande delicate sul campo e in redazione, dove si ha il dovere di restare scettici – Non lasciare che i titoli più drammatici e le voci più forti prevalgano
di Scott M. Libin (Poynter)
(da http://www.poynter.org/column.asp?id=34&aid=94841

La storia della tragedia delle miniere di Sago riporta alla mente la controversia sulla copertura giornalistica dell’ uragano Katrina. In entrambi i disastri, i giornalisti hanno dato conto dei drammatici sviluppi utilizzando fonti plausibilmente affidabili, solo per capire più tardi che le loro informazioni non erano accurate.

E’ semplice capire come in entrambi i casi sia potuto accadere, ma nel caso della vicenda di Sago è piuttosto difficile da scusare.

Due tipi di questioni sono state comunque sollevate dalle due vicende: alcune formulate dai reporter sul campo, e altre dai colleghi nelle redazioni.

Le notizie sulle atrocità provocate dalla rottura degli argini a New Orleans hanno scioccato i lettori, che non volevano credere alla notizia ma alla fine hanno dovuto farlo perché essa proveniva dal capo della polizia e dal sindaco. La notizia della sopravvivenza dei dodici minatori ha portato invece per un momento gioia e sollievo ad un’ audience ansiosa, che ci voleva credere e che ci ha creduto perché la notizia proveniva dal governatore e da una dozzina di parenti commossi e risollevati presenti sulla scena.

Io ho difeso i media che avevano fatto circolare nel dopo-Katrina notizie come quelle che coinvolgevano violenze e assassini. Devo però discordare con chi difende la notizia sui sopravvissuti di Sago, non perché io non capisca come sia potuto succedere – lo so bene – o perché penso che avrei saputo fare di meglio – non è così – ma perché credo che porgere delle scuse potesse rappresentare in un certo senso per noi una lezione.

La lezione da imparare in entrambe queste tristi storie parte dal campo, dove le emozioni, l’ adrenalina e il potere crudo di alcune notizie possono sconvolgere le prospettive di un giornalista. Posso solo immaginare quando duro sia, mentre il governatore dice che ha sentito che dodici minatori sono sopravvissuti, mantenere il sangue freddo e chiedere: “ Dove l’ ha sentito questo? Da chi? E come?”

Anche se ti viene in mente di domandarlo, non hai la forza di farlo: mentre premi per avere i dettagli, centinaia di altri giornalisti – compresi i tuoi concorrenti – sono pronti al telefono, on line e in onda con la notizia.

Potrebbe non invogliare nemmeno ricordare come diventi ostile il pubblico di fronte ai giornalisti che sembrano troppo aggressivi, troppo irrispettosi delle autorità o troppo avidi di brutte notizie. La situazione alle miniere di Sago era comprensibilmente instabile.

Sarebbe probabilmente troppo chiedere che i giornalisti sul campo, con una notizia tra le mani, tengano testa a tutto.
E’ per questo che abbiamo i redattori, ed qui che io assegno gran parte della responsabilità.

A una certa distanza di sicurezza, sia in senso letterale che metaforico, i redattori, i direttori e gli altri che dirigono la copertura delle notizie hanno il dovere rilevante di restare scettici: non cinici, non pessimisti e non onniscienti, ma abbastanza distaccati dalla frenesia che c’è sul campo per porre importanti domande:

• Quali sono le fonti primarie – non quelle che hanno attribuito le informazioni a qualcun altro, ma le fonti che le hanno apprese per prime?
• Quali conclusioni possiamo ottenere dalle persone vicine alla vicenda? Possiamo parlare con un testimone reale o con chi ha conosciuto le prime reazioni?
• Se possediamo diverse fonti, quali sono le possibilità che tutte le loro informazioni provengano dalla stessa fonte – e quali le possibilità che quella fonte sia errata?
• Quali assunti stiamo formulando?
• Non ci dimentichiamo nulla?

Naturalmente non diciamo che ci sia qualcuno che vuole intenzionalmente travisare e agire in mala fede. Anche un testimone oculare con una vivida immaginazione cade spesso platealmente in errore su quanto crede di aver visto o sentito. Facendo buone domande, i giornalisti possono scoprire le discrepanze – prima di mandarle in onda, di metterle ondine o di mandarle in stampa.

Certo, neanche i redattori possono stare dietro a tutto. E’ dura quando si tratta di breaking news. Ma quello che i capi possono e devono fare, se ci tengono all’ accuratezza, è mantenere un buon clima nella redazione, un clima tranquillo per chi deve raccontare.

Troppo spesso, in molte redazioni, non è così. Le voci più forti, i titoli più impressionanti o i sentimenti più popolari prevalgono. In caso contrario le redazioni sembrano diventare noiose. Opinioni impopolari, domande scomode e questioni apparentemente poco attraenti incontrano un’opposizione immediata e intimidatoria.

Chiunque dissenta o sollevi dei dubbi, incontrando commenti sprezzanti, levate di sguardi o immediate prese in giro, fa fatica a tornare sui suoi passi. La volta dopo, lascerà che qualcun altro si sottoponga al fuoco nemico.

E’ possibile che qualcuno, da qualche parte, stesse pensando proprio a questo nelle prime ore del 4 gennaio.

E’ possibile che qualcuno provi o abbia provato questo nella vostra redazione?

Questa sarebbe una buona occasione per indagare su questa questione domandandosi anche:

• Cosa succede quando qualcuno volge in minoranza in una riunione di redazione?
• Come vengono accolte le idee che vanno contro quelle del gruppo?
• Dove finisce chi ha qualcosa per la testa di cui vuole parlare – e che tipo di reazione ottiene?
• Quali voci non sei stato a sentire in quel momento, e cosa avrebbero potuto avere da dire?
• Come puoi incoraggiare un libero scambio di idee e un ricco insieme di opinioni?

Certo, queste domande si scontrano con la responsabilità di chi deve suggerire soluzioni e offrire un aiuto. Se obiezioni e ostacoli sono tutto quello che avete da offrire, anche la più nutrita redazione a ragione si stancherà presto della vostra tendenza a scovare intoppi.

Però prendersene la responsabilità e sollevare frontalmente forti questioni quando è necessario può anche risparmiare l’ obbligo di fare domande più pesanti a posteriori. E un comportamento che incoraggia tutti a contribuire non comprometterà la vostra strada. Anzi vi appassionerà.

(traduzione di Maria Paola Scaramuzza)

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