LA SCHIENA SPEZZATA, O DELLE MISERIE DEL ”MESTIERE”

| 26 febbraio 2006 |


L’ esperienza amara di un neo giornalista dal curriculum ‘’sovradimensionato’’ – Licenziato poco prima di firmare il contratto – ‘’Tabula rasa delle belle parole, la pratica è un’ altra cosa’’, dice la direttrice quarantenne – ‘’Dimentica tutto quello che hai imparato all’Università, perché solo così puoi lavorare, non solo da noi, ma dappertutto” – Il medico di De André

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di Marco Niro*

Quello che mi è successo di recente e che sto per raccontarvi insegna molto sul misero stato attuale delle possibilità di fare buon giornalismo in Italia, per un giovane che si avvicina al mestiere.

Ho 28 anni e una laurea a pieni voti in Scienze della Comunicazione. Finora, ho potuto praticare il giornalismo solo da collaboratore e da free-lance: tanto lavoro, poche gratificazioni, e soprattutto retribuzioni risibili. Tutte cose che si conoscono.

Ho però già avuto comunque una grande soddisfazione, in qualche modo legata alla professione che amo e che vorrei diventasse il mio mestiere. Alla fine dello scorso anno, l’editore Dedalo ha pubblicato un mio testo, nel quale ho criticato radicalmente il modo di praticare giornalismo e produrre informazione che oggi va per la maggiore: una critica argomentata da oltre 2 anni e 200 pagine di ricerca empirica sul prodotto informativo delle principali testate italiane.

Finalmente, dopo tanto cercare, un mese fa circa arriva la telefonata tanto attesa, dalla redazione di una testata locale: “il suo curriculum ci piace, qui da noi c’è la possibilità di essere assunti e fare praticantato”. Finalmente, un contratto. Niente di trascendentale, intendiamoci. Partenza con un periodo (breve, ma indefinito e non pagato) di prova, poi un contratto a progetto di un paio di mesi con mansioni circoscritte, quindi un contratto a progetto di qualche altro mese, questa volta da redattore a 360°, e infine un contratto da praticante, di 18 mesi. Rispetto a quello che facevo prima, però, una manna dal cielo.

Al primo colloquio, pensando che la mia prossima direttrice (una donna sulla quarantina, piacevole, sempre pronta a sorriderti) potesse apprezzare il fatto che io avessi pubblicato un testo sul giornalismo con un editore nazionale, decido di mostrargli il libro, al quale lei dà un’occhiata fugace, quindi mi dice, testuale: “Da giovane, la pensavo così anch’io. Ora, però, bisogna fare tabula rasa di tutte queste belle parole, perché la pratica è un’altra cosa”. Quasi sobbalzo dalla sedia. Tabula rasa?

Le “belle parole” contenute in quel testo non sono solo le mie, giovane con poca esperienza. Nella prefazione, il filosofo Pietro Barcellona, già parlamentare italiano e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha scritto: “Il principale e originale valore del testo […] lo si può assaporare quando Niro articola, in maniera assai ricca e densa, un’imponente descrizione empirica, mai arida, dei principali mostri mediatici partoriti in Italia, negli ultimi anni, da un’ottusa e pedissequa applicazione di quelli che i sociologi dei media amano chiamare i criteri di notiziabilità”.

Di questo avrei dovuto fare tabula rasa. Mi sforzo di non ribattere nulla. È il primo colloquio, non è il caso. Ma il confronto era solo rimandato. Proprio uno scambio di idee sui criteri di notiziabilità avrebbe svolto il ruolo della classica goccia che fa traboccare il vaso.

Durante il periodo di prova, una mattina la direttrice mi chiama in ufficio e mi fa presente che, siccome sto per essere assunto, in futuro, ogni volta che scriverò qualcosa per le altre testate non direttamente concorrenti di cui potrò restare collaboratore, dovrò segnalarglielo ed ottenere il suo consenso: “Sai, è normale. Non possiamo rischiare che un nostro giornalista scriva cose che non siano in sintonia con la nostra linea editoriale. Altri, al mio posto, ti avrebbero chiesto di cessare ogni altra attività”. Richiesta legittima, le rispondo. Per me non sarebbe un problema lavorare solo per voi, l’importante è che mi si permetta di lavorare bene. In che senso? mi chiede lei. E le faccio un esempio concreto.


La direttrice sapeva che una delle testate per cui collaboro è un quindicinale che pratica ancora giornalismo d’inchiesta. Nella Provincia in cui abito, l’amministrazione locale ha deciso di costruire un inceneritore per risolvere il problema rifiuti. Di recente, un importante convegno scientifico tenutosi nel capoluogo ha indicato le tante e convincenti ragioni per cui la scelta di incenerire si può considerare sbagliata. L’ultimo pezzo che ho scritto per questa testata, dico alla mia direttrice, ha riguardato quel convegno, da cui ho preso spunto per criticare la decisione dell’amministrazione di proseguire per la sua strada, snobbando le argomentazioni del no all’inceneritore autorevolmente espresse al convegno, al quale il suo Presidente, che pure era stato invitato, non si è neppure presentato. Ecco, le dico, io non avrei nessun problema a raccontare tutto questo per voi. Se poi da voi non ci fosse lo spazio necessario per approfondire e argomentare una critica simile, continuerei a collaborare per la testata che invece quello spazio me lo concede.

La vedo irrigidirsi. “Marco, qui il Presidente non l’avremmo criticato, non per ragioni di linea politica, ma per il semplice motivo che qui non critichiamo nessuno. Niente opinioni. Qui ci atteniamo ai fatti, alla anglosassone. L’assenza del Presidente a quel convegno non è una notizia, per i nostri criteri di notiziabilità”. Questa volta, benché pacatamente, ribatto. I valori notizia non sono neutrali, le faccio notare, e sottintendono precisamente una opinione. Si può pensare di attenersi ai soli fatti, ma decidere di dare notizia di alcuni e non di altri, o decidere di dare spazio a uno piuttosto che all’altro, non è frutto che di una opinione, né più, né meno. La direttrice a questo punto si infastidisce. “Ti ho già detto, Marco, che qui devi lasciar perdere le belle idee. Dimentica tutto quello che hai imparato all’Università, perché solo così puoi lavorare, non solo da noi, ma dappertutto”.

Ci salutiamo. Perplessa lei, perplesso io. Nelle ore successive, rifletto molto. Starò facendo la scelta giusta? Il contratto, e ancora di più il praticantato, mi interessano, eccome. Ma che prezzo dovrò pagarli? Ho sempre criticato i giornalisti che restano all’interno delle redazioni che non permettono loro di svolgere il mestiere come vorrebbero, che li lasciano in una situazione di perenne disagio. Diventerò come loro? Non sono nella posizione di scartare quest’offerta, mi dico al termine della riflessione. Almeno fino alla fine del praticantato, lavorerò lì dentro, nella maniera più dignitosa possibile. Non rinuncerò alle mie idee. Niente tabula rasa. Se ci sarà da discutere, si discuterà.

E si è discusso, prima del previsto. Lo stesso giorno. Per l’ultima volta. Dopo qualche ora, ricevo la telefonata dalla direttrice. “Sai, Marco, ho pensato allo scambio di vedute che abbiamo avuto stamattina. Abbiamo idee molto diverse sul nostro mestiere. Penso proprio che non siano compatibili. È meglio non cominciare nemmeno”. Resto di sasso. Le dico che mi sembra una decisione molto affrettata. Dobbiamo ancora conoscerci. Niente da fare, a lei la dialettica in redazione non piace. Ha già avuto un’altra esperienza simile, mi dice, con un giovane giornalista vicino al mondo sindacale. Un sacco di problemi. Non per questioni di colore politico, ci tiene a precisare. Ma perché di mettere da parte le “belle idee” non c’era proprio verso, nemmeno da parte
sua.

Rinuncio a proseguire la discussione. Licenziato ancor prima di firmare il contratto. Me ne resto col telefono in mano, una sensazione a metà tra l’amarissimo e, strano a dirsi, il sollevato. Ho evitato di vendermi, in fondo. Ma, mi chiedo, che farò ora? Che ne sarà della mia idea di fare il giornalista senza piegare la schiena? Tutto quello che ho scritto sulla nefasta adesione dei giornalisti a presunte regole di obiettività, sul loro immaginario incapace d’autonomia, sulla loro impossibilità di svolgere creativamente il mestiere: tutto questo rappresenta un muro per chi non vuole fare tabula rasa delle proprie idee e, al tempo stesso, col mestiere vuole anche viverci.

“Il tuo curriculum è sovradimensionato rispetto alla nostra redazione”, mi ha fatto presente in quell’ ultima telefonata la direttrice, riferendosi a quello che, alla nostra prima telefonata, era stato valutato come il miglior curriculum che avevano ricevuto. “Secondo me, uno come te è meglio che si dia alla ricerca”. Già, per andare poi a insegnare cose sul giornalismo con le quali chi le avrà imparate dovrà fare tabula rasa quando il primo direttore di testata glielo chiederà?

In questo momento di tristezza, mi viene in mente il medico di De Andrè: “E allora capii, fui costretto a capire/che fare il dottore è soltanto un mestiere/che la scienza non può regalarlo alla gente/se non vuoi ammalarti dell’identico male/se non vuoi che il sistema ti pigli per fame”.

* Marco Niro si è laureato nel 2004 in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, con una tesi intitolata “Mezzi di colonizzazione: l’impiego dei mass-media d’informazione nella sfera pubblica politica”. Ha collaborato con i «Quaderni di Teoria Sociale» scrivendo un articolo intitolato “Manipolazione e giornalismo: un approccio analitico habermasiano”. Dal ripensamento critico dei due testi è scaturito il saggio ‘’Verità e informazione, critica del giornalismo contemporaneo’’, pubblicato da Dedalo nel novembre scorso (vedi qui ).

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