GIORNALI: COME RISUSCITARE
DA UNA MORTE
(TROPPO PRESTO) ANNUNCIATA

| 4 settembre 2006 |

Per Bernardo Parrella c’è tutto da guadagnare accettando la provocazione dell’ Economist sull’inevitabile
fine della stampa quotidiana – Se il trend è fortemente negativo per l’industria mondiale dei giornali cartacei, invece di stracciarsi le vesti le testate tradizionali devono rivedere i propri business model e attirare un’audience diversa come quella dei navigatori online – C’è tutto il tempo, dice infatti l’ Economist, per un’inversione di tendenza e, più che assistere alla morte della stampa e puntare il dito accusatore contro i suoi presunti assassini, il giornalismo deve reinventare continuamente se stesso, puntando in particolare all’integrazione continua tra informazione professionale, giornalismo indipendente, blogger agguerriti e citizen journalist bene informati – Una rassegna di commenti e reazioni





Documento senza titolo

 

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di Bernardo Parrella

«Un gruppo d’elite di qualificati giornali pienamente disponibili online, giornalismo indipendente finanziato da enti di beneficenza, migliaia di blogger agguerriti e citizen journalist bene informati». Questo lo scenario del prossimo futuro che attende al varco il mondo dell’informazione, per come viene delineata dalla recente cover story (http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=7830218) di The Economist: “Chi ha ucciso il giornale?”. La quale riprende parzialmente la tesi secondo cui nel primo semestre del 2043 assisteremo alla definitiva scomparsa del quotidiano cartaceo negli Stati Uniti. Posizione questa che Philip Meyer sosteneva fin dal 2004 nel libro “The Vanishing Newspaper”, basandosi sui trend che davano continuamente al ribasso la circolazione dei quotidiani in regioni quali Stati Uniti,Europa occidentale, America Latina, Australia e Nuova Zelanda — non così altrove, precisa The Economist.

Tendenza che negli ultimi tempi non è si affatto modificata, tutt’altro: gli inglesi compresi tra i 15 e i 24 anni trascorrono quasi il 30% di tempo in meno a leggere i quotidiani nazionali una volta scoperto il web. Intanto la Newspaper Association of America riporta che tra il 1990 e il 2004 è calato del 18% il livello occupazionale nel settore. Ancora, lo scorso anno è stata smantellata la storica catena di quotidiani che Knight Ridder gestiva da 114 anni e recentemente la New York Times Company è stata messa pubblicamente sotto accusa dall’investitore Morgan Stanley per il dimezzamento del proprio valore azionario negli ultimi quattro anni.

Il Quarto Potere ha dunque davvero i giorni contati? Non esattamente, a leggere con attenzione la provocazione di The Economist. «L’utilità della stampa va ben oltre l’investigazione degli abusi o perfino della diffusione delle notizie in generale; essa sta nel richiamare i governi alle proprie responsabilità-nel giudicarli nei tribunali dell’opinione pubblica». A riprova del fatto che il bene pubblico dell’ informazione non può né deve essere misurato sulla base di sterili rendiconti aziendali come qualsiasi altra industria. Ecco perché, pur nella crisi rampante della stampa, dobbiamo essere grati a Internet per aver ampliato questi tribunali, per mantenere vivo il dibattito pubblico. Come anche agli aggregatori di notizie tipo Google News, alle orde di blog di ogni natura e provenienza, alle sperimentazioni in corso con il  citizen journalism. Oggi i politici, le autorità di ogni Paese del mondo devono (giustamente) dar conto delle proprie azioni ai cittadini del villaggio globale. «Il web ha aperto il mondo chiuso dei reporter e redattori professionisti a chiunque sia dotato di una tastiera e di una connessione a internet», prosegue l’analisi del settimanale britannico.

Se è vero, dunque, che il 2005 è stato un anno “miserabile” per l’industria mondiale dei giornali cartacei-con rarissime eccezioni, tra cui l’ascesa del gruppo norvegese Schibsted, d’altronde dovuta in buona parte ai rilanci in ambito elettronico – non è certo il caso di stracciarsi le vesti. Piuttosto, le testate tradizionali devono necessariamente rivedere i propri business model e attirare un’audience sicuramente diversa come quella dei navigatori online.
Da news e documentari appositamente pensati per internet (è il caso di un nuovo premio Emmy recentemente introdotto in USA) alle redazioni miste che includono sia redattori web che reporter tradizionali, come ha deciso di fare il Telegraph Group britannico e parecchi altri giornali.

Senza dimenticare le incursioni in settori snobbati dal giornalismo tradizionale ma di grande successo, particolarmente tra i giovanissimi, come quello dei quotidiani e settimanali gratuiti: in Europa la Metro International copre il 16% della circolazione dei giornali, con una redazione striminzita e frotte di inserzionisti desiderosi di raggiungere quel target.
E attivando con maggiori coraggio sperimentazioni continue nell’ambiente elettronico, a partire dal diretto coinvolgimento degli (ex)lettori nel tipico stile di citizen journalism che ha portato al successo di OhmyNews in Corea del Sud, ad esempio, operazione che «molti considerano il futuro della raccolta di notizie» e che viene in parte replicata da testate quali Zero Hora in Brasile, richiede a 120 lettori un giudizio sull’edizione quotidiana e ne tiene conto per il giorno successivo.

Il futuro non è stato ancora scritto. Impossibile dire oggi se nel 2043 il giornale cartaceo non esisterà più in America – profezia, è il caso di sottolinearlo, stilata con 40 anni di anticipo.

C è tutto il tempo, e le condizioni, per un’inversione di tendenza. Come in definitiva, suggerisce The Economist, più che assistere alla morte della stampa, e puntare il dito accusatore contro i suoi presunti assassini, il giornalismo deve, com’è giusto, reinventare continuamente se stesso-e i giornalisti-utenti non devono smettere mai d’imparare. Continuando a fornire un servizio cruciale per l’intera società grazie, appunto, all’integrazione continua tra informazione professionale, giornalismo indipendente, blogger agguerriti e citizen journalist bene informati.

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Qui di seguito una sintesi dell’ articolo dell’ Economist pubblicata su Internazionale e una rassegna dei principali commenti e reazioni

 – I quotidiani stanno scomparendo. Può dispiacere ma niente panico, scrive l’Economist
http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=13377

 – La stampa è morta, viva la stampa
http://www.lsdi.it/versp.php?ID_art=358

Dov’è finito il giornale? L’«edicola» del futuro http://italy.peacelink.org/mediawatch/articles/art_18353.html

Chi ha ucciso il giornale?
The Economist affonda il coltello, il Financial Times lo estrae…
http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=2&ID_articolo=419

Per l”Economist’ Internet “ucciderà” la carta stampata
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=10068

Ma a Londra Murdoch rilancia la free press del pomeriggio http://www.rai.it/news/articolonews/0,9217,1067175,00.html

Chi ha ucciso i giornali?!?
http://blog.debiase.com/categories/braudel/2006/08/25.html#a928

Economist, chi ha ucciso i giornali?
http://www.pandemia.info/2006/08/25/economist_chi_ha_ucciso_i_gior.html

Economist: i quotidiani hanno gli anni contati
http://www.unita.it/view.asp?idContent=59076

«L’ultimo quotidiano? Uscirà nel 2043»
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/08_Agosto/25/quotidiano.shtml

Lo sviluppo incontenibile del pubblico attivo http://www.gaspartorriero.it/blogarchive/2006_08_20_archive.html

Who saved the treees?
http://www.buzzmachine.com/index.php/2006/08/25/who-saved-the-treees

Economist predicts the death of newspapers http://blogs.guardian.co.uk/greenslade/2006/08/economist_predicts_the_death_o.html

Economist Predicts a Dim Future for Newspapers http://www.cjrdaily.org/behind_the_news/economist_predicts_a_dim_futur.php

Faccia di bronzo a Mountain View
http://www.apogeonline.com/webzine/2006/08/30/20/2006083020768

– In particolare questo paragrafo:

La morte dei giornali. Secondo l’Economist entro il 2043 la carta stampata terminerà il suo ciclo di vita. L’industria dei giornali risente dei colpi di Internet e di una crisi che si protrae da anni.
Luca De Biase analizza il pezzo, osservando la differenza tra il mezzo che veicola il giornale, la carta, e il concetto che lo descrive. E realizza che la crisi può essere superata solo dalla conversazione e da un rinnovato rapporto con i lettori. Per Gaspar Torriero, invece, le redazioni tradizionali sono destinate a scomparire o a cambiare radicalmente, lasciando il posto a un rapporto più personale tra chi fa informazione e chi ne fruisce. Anche Paolo Gentiloni interviene ponendo l’accento sul cambiamento del medium più che sulla sua scomparsa.
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Massimo Moruzzi sembra individuare la prima vittima: il New York TImes.

http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=2&ID_articolo=419

  – Lo andiamo dicendo da tempo, che i giornali – e i giornalisti! – devono convertirsi rapidamente verso il Web per sopravvivere nell’era digitale. Arriva un’inchiesta di copertina dell’Economist, questa settimana, che ci dà ragione. E ci ha anche citati. Meno pessimista sul futuro dei giornali il Financial Times: a patto che i contenuti cartacei vengono reimpacchettati in formato multimediale ad hoc per il Web, e che vengano integrati con contenuti originali creati dalla community dei lettori. Hai detto niente..

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