FOTOGIORNALISMO: COME ‘TIME’ CURA I SUOI INVIATI

| 2 dicembre 2006 |


Il fotogiornalismo di guerra descritto ed analizzato da Franco Pagetti, un fotografo italiano di rilevo internazionale, da tre anni inviato di TIME a Baghdad, in un incontro a Milano

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Dalle pubblicità redazionali di «Vogue» al fronte di guerra più caldo del pianeta: Franco Pagetti è passata in pochi anni dai set patinati delle riviste di moda alla vita quasi da recluso nella palazzina di «Time» a Bagdad come corrispondente. Ne ha parlato lo stesso fotografo, autore di immagini eccezionali, come il volto della bambina unica sopravvissuta della strage di Haditha, in un incontro a Milano alcuni giorni fa con gli studenti di fotografia e appassionati, organizzato da Fotoinfo, l’ Istituto Europeo di design e l’ Associazione nazionale fotografi professionisti.


Una foto di Franco Pagetti

Pagetti ha raccontato l’inizio della sua carriera di fotogiornalista all’inizio degli anni Novanta: Cile, Sudan, Iraq, un periodo nel quale è riuscito a far convivere le sue due attività, la moda e la guerra. «Potevo permettermelo – ha spiegato – perché sapevo che, al ritorno, non avrei avuto la necessità economica di vendere a tutti i costi quello che fotografavo, come invece succedeva alla maggior parte dei colleghi. Ad un certo punto però la coabitazione tra questi due mondi, questi due differenti stili di vita, è diventata praticamente impossibile».

Pagetti inizia in quegli anni ad occuparsi esclusivamente di fotogiornalismo: «Un mestiere che si impara davvero sul campo, sbagliando le fotografie e seguendo da vicino chi ha esperienza e sa come muoversi. Ho scoperto con il tempo di essere diventato nel modo di lavorare e di pensare sempre più spesso un giornalista che un fotografo». E ha imparato da uno dei più grandi, James Natchwey.

Pagetti è l’unico fotografo occidentale a Nairobi nell’agosto del 1998, quando una esplosione fa saltare in aria l’ambasciata americana, primo atto ufficiale di al Qaeda e prima apparizione sulla scena mediatica dei terroristi. Dal 2003 Pagetti è corrispondente per «Time» dall’Iraq.

La vita che racconta Pagetti, arrivato a Bagdad alcuni mesi prima dell’invasione americana, è quella di un quasi recluso, fatta di fotografie scattate dalla macchina perché è troppo rischioso farle in strada, spostamenti costantemente sotto scorta, incontri senza appuntamento, lunghe giornate passate nella sua stanza a guardare su Internet le foto che gli altri sono riusciti a fare, mentre i giornalisti di «Time» sono costretti a restare nel loro fortino. Ma ricorda anche le settimane passate a fianco delle truppe, da fotografo embedded: “A parte le regole elementari di sicurezza e il divieto di riprendere i volti di morti e feriti, sono sempre stato assolutamente libero di fotografare anche in quelle occasioni. In tutti questi anni nessuno mi ha mai chiesto di vedere un’immagine o un file prima dell’invio alla redazione.

Certo, avere alle spalle la copertura di una testata come «Time» probabilmente aiuta”. E serve probabilmente anche dal punto di vista logistico: “I mezzi che ho a disposizione da «Time» , le attrezzature fornite dal giornale, sono assolutamente senza paragone”.

Ma non si tratta solo di logistica. L’approccio diverso delle testate straniere nei confronti dei fotogiornalisti è molto altro. “Un modo di lavorare – tiene a sottolineare più volte nel corso dell’incontro – molto diverso da quello italiano. Innanzitutto per l’attenzione al lavoro del fotografo, che viene seguito anche nei dettagli più piccoli, dalla scelta delle immagini da pubblicare, al formato e alla qualità”. Racconta delle telefonate quotidiane per autorizzare anche le più piccole modifiche alle sue immagini prima della pubblicazione, il suo coinvolgimento nelle scelte editoriali, l’assoluta estraneità dei giornalisti nella scelta delle fotografie che vanno a corredare l’articolo, il divieto di pubblicare foto vecchie anche solo di poche settimane.

Un metodo molto distante da certe disinvolture delle testate italiane, un lavoro che Pagetti si augura di poter conservare a lungo, perché, conclude, “sarebbe troppo difficile tornare a fotografare per la stampa italiana”.

(maria itri)

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Sul suo lavoro a Bagdad Pagetti ha scritto fra l’ altro un interessante resoconto per fotoinfo.net.

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