ELITE MEDIATICHE: L’ ARTE DI CONSACRARE E LEGITTIMARE IL DOMINIO

| 5 febbraio 2006 |

Un articolo di Henry Maler su Nouveaux Regards – La gestione del capitale mediatico nella costruzione e santificazione delle elite – Gli intellettuali di governo – Costruire un intellettuale collettivo – – – – – – – – – –

di Henri Maler

(http://institut.fsu.fr/)

Assenti dalle categorie socioprofessionali ritagliate dall’ INSEE, le elite si ritrovano ai livelli più elevati della stratificazione sociale. Le normali classificazioni le situano al vertice di tutti quei gruppi sociali a cui sono attribuite indistintamente funzioni di direzione economica, politica e culturale e meriti intellettuali e morali superiori. Certo qualcosa come le elite esistono oggettivamente, di cui la storia può disegnare i contorni e la sociologia costruire il concetto. Ed esso ci impone di distinguere a grossi tratti (senza pretendere alcun rigore nelle definizioni) l’ oligarchia manageriale, l’ accademia scientifica e universitaria e i vertici editoriali.

Ma le ‘’elite’’ esistono anche nella pratica nei discorsi che esse fanno su loro stesse. ‘’Elite’’ non è quindi soltanto un vocabolo storico o sociologico (anche se ciò resta fortemente controverso): è un termine della tribù o delle tribù diffuse sul terreno del dominio. E’ soprattutto un titolo di nobiltà: un prodotto della lotta di classe che consente di assegnarsi una funzione sociale alta costruendola nel discorso, di rivendicare un merito fuori del comune proponendosi di distribuirlo col lanternino, di qualificarsi squalificando.

Quando le elite parlano delle elite, sottolineano di quale oro sono fatte solo per squalificare il vile piombo che nessuna alchimia potrà mai trasmutare: il popolo insomma o, per lo meno, il popolo di cui parlano le elite quando esse se ne tirano fuori per parlare di lui, e che spesso ai loro occhi non è altro che questa massa informe che non può diventare un vero popolo senza il lavoro delle elite. Ma un popolo che, quando le colpisce, non si distingue più dalla plebaglia.

I posti e i ruoli sono così distribuiti e i modi del dire il mondo sociale contribuiscono simbolicamente a conformarli. Se l’ efficacia di questo lavoro simbolico di costruzione del mondo sociale non è assoluta, ci si sbaglierebbe gravemente postulando la sua inefficacia: non si tratta certo di parole che il vento spazza via. ‘’Dire è fare’’, non perché questo fare sarebbe situato nelle parole, ma perché le parole rafforzano dei rapporti di dominio di cui esse sono le ausiliarie.

La costruzione mediatica delle elite

Il peso delle parole sarebbe tuttavia ben leggero se i media non giocassero un ruolo più decisivo che mai nella descrizione, costruzione e promozione delle elite. Per qualsiasi aspirante o qualsiasi titolare, possedere o acquisire un capitale di notorietà mediatica è diventato una condizione di esercizio di influenza a cui egli aspira. Non che le elite debbano la loro posizione di dominio alla loro presenza sui media, ma questo la rafforza svolgendo una duplice funzione di consacrazione di una appartenenza e di legittimazione di un dominio.

Consacrazione prima di tutto. I possessori dello spazio mediatico, in effetti, dispongono di una sorta di monopolio di ratifica e di distribuzione del capitale mediatico. Consacrando le elite che li consacrano, essi consacrano allo stesso tempo la loro appartenenza alle elite di cui parlano, anche quando capita di doverle valutare dall’ esterno. Questa alchimia non ha niente di misterioso: anche se le elite economiche, amministrative, politiche e mediatiche si distinguono per gli atout di cui esse dispongono nei giochi di potere che si riservano o che ad esse vengono riservati, i tragitti sociali – economici, culturali, scolastici – che decidono della loro differenza non riescono ad abolire la loro prossimità; e i loro conflitti si stemperano quando una comune opposizione ai dominati segna la loro appartenenza alla classe dominante. Intorno alle ‘’elite’’ a cui si associa marcando il loro territorio, la piccola troupe che governa i media monta la guardia (1).

Legittimazione, poi. La consacrazione, in effetti, non basta. Per ritenersi legittimate e cercare di passare per tali, le elite devono credere e far credere, col concorso dei media, che la loro dominazione è tanto più giusta (ed eterea) in quanto è della stessa natura di quella delle idee giuste. Le elite sociali sono per definizione – la definizione che esse danno di se stesse – delle elite illuminate. Esse si riuniscono in seno a un circolo: il circolo della Ragione. Al centro di questo circolo, i distributori di legittimità mediatica che, ponendosi come arbitri del dibattito pubblico, riservano ai loro pari – esperti, manager, leader – che dividono con loro l’ etnocentrismo di classe non spoglio dell’ arroganza che nutre le loro denunce del ‘’populismo’’.

Se le pretese elite, almeno nelle rubriche e nei dibattiti, possono pretendere di riservarsi l’ accesso allo spazio mediatico dominante, non concedendo ai loro contestatori che qualche strapuntino, ciò avverrebbe dunque in virtù dei privilegi del sapere. Nel gennaio del 2005, Alain Duhamel sanzionava così questa pretesa: ‘’Ci sono molti partigiani del sì, accade nella maggioranza degli editorialisti. Ma questo è proprio della maggioranza delle elite francesi, come accade d’ altronde in tutti i paesi europei. Cosa che non significa che vi sia un’ addomesticamento del pensiero; essi beneficiano semplicemente di una migliore informazione rispetto agli altri e seguono più da vicino i dibattiti – è il loro mestiere’’ (2). Arrogandosi così il monopolio della ‘’ragione’’, la confraternita delle elite, allo stesso modo in tutte le fazioni, si arroga allo stesso tempo il monopolio della ‘’pedagogia’’. Lo si è visto con quale talento e quale efficacia in occasione della recente campagna referendaria (sulla costituzione europea, ndt).

Ogni autorità consacrata diviene quindi, ai loro occhi, una elite minacciata. Si capisce perché gli editorialisti e i commentatori plurimediali preferiscono il termine di ‘’elite’’ a tutti quelli che potrebbero suggerire una qualsiasi forma di dominio o, più semplicemente, di privilegio. Per queste Elite con la maiuscola, in vista della loro propria beatificazione, le elite vivono in stato di levità sociale, o, che poi è lo stesso, in uno stato di grazia permanente, tranne quando la storia o la sociologia finiscono per ricordare loro che i meriti che esse si attribuiscono non sono indipendenti dai privilegi sociali di cui beneficiano; oppure quando il popolo le attacca, senza capire tutto il bene che si deve a chi viene incaricato di guidarlo. Di fronte a questi richiami sgradevoli o in quei momenti dolorosi, l’ elite non può, per parlare di se stessa, che designarsi attraverso il suo titolo di nobiltà e deplorare che ogni critica del dominio minacci le ‘’elite’’ di distruzione.

Quel sociologo può anche portare il rinforzo della sua scienza a queste diagnostiche così eminentemente coltivate. Così, ne El Pais del 28 maggio 1998, Alain Touraine stigmatizzava: ‘’un’ ondata di pamphlets (editi da Pierre Bourdieu) che stanno conoscendo un grande successo di diffusione ma che non hanno alcun valore scientifico anche se sventolano lo stendardo della scienza’’. Tutto ciò è parte di un nuovo populismo contro le elite’’. E non si finirebbe mai di passare in rassegna la coorte di giornalisti-filosofi e filosofi-giornalisti che si sbracciano sui media per deplorare il ‘’populismo’’ che, nella lingua delle ‘’elite’’ non designa più soltanto i tentativi di edulcorare le passioni del popolo, ma anche qualsiasi tentativo di riconoscere le sue legittime resistenze e di difendere, con esso, i sui interessi.

Come spiega Annie Collovald, questi usi del termine ‘’populismo’’, funzionale all’ insulto e ai pregiudizi sociali, ‘’partecipano di una ridefinizione dell’ accettabile e dell’ inaccettabile in politica’’, autorizzando il ritorno delle tesi più reazionarie ‘’che giustificano la superiorità morale delle elite sociali e politiche stabilite’’ (3). Con la loro prodigalità usuale, la maggior parte degli editorialisti attribuisce questo ‘’populismo’’ non soltanto al Fronte nazionale, ma a tutti coloro che contestano delle politiche specifiche e delle dominazioni perfettamente identificabili, e non le elite come tali. Così facendo, nella guerra delle parole, l’ elite non incensa che se stessa e difende il popolo da se stesso, con quella generosità di cui il popolo stesso si mostrerebbe ormai incapace. Per lo meno è quello che sosteneva uno dei principi dell’ editorialismo, Serge July, in Libération del 30 maggio 2005: ‘’ – l’ epidemia di populismo travolge tutto lungo il suo passaggio (…), anche la generosità’’.

La promozione dell’ intellettuale mediatico

In questi giochi di consacrazioni e di legittimazioni incrociate, gli intellettuali occupano una posizione particolare. Ponendosi come garanti del regno della ragione, essi sono, in un certo senso, l’ elite dell’ elite. Pertanto gli intellettuali non formano solo una categoria sociale omogenea, sociologicamente identificabile e statisticamente individuabile: essi sembrano prima di tutto non esistere che per la missione che essi si attribuiscono o per la sfiducia che ispirano, per gli interventi che li mobilitano o per le denunce che li stigmatizzano; non prendono corpo che slla scena pubblica e, in conseguenza, si definiscono meno per il mestiere che esercitano che per la funzione politica che svolgono. Sulla scena pubblica o, più esattamente, su una delle scene pubbliche: la scena mediatica in cui prosperano gli intellettuali affascinati dai fuochi della scalata.

Gilles Deleuze e Pierre Bourdieu, ciascuno a suo modo, hanno detto l’ essenziale di quello che si poteva dire di questi pensatori a gran velocità che, dal filosofo specializzato in opinioni su tutto all’ esperto generalista in opinioni sul resto, sono costantemente connessi all’ apparecchio mediatico (4). Liberi ammonitori dei governanti di cui sono consiglieri, questi prestatori d’ opera presso i media sono per la maggior parte, per riprendere una espressione di Gérard Noiriel, degli ‘’intellettuali di governo’’, a volte reclutati per esercitare delle presunte missioni di salute pubblica. A qual fine?

Luc Ferry, appena essere stato allontanato dal governo, ha ricevuto da Jean-Pierre Raffarin la missione di presiedere il Consiglio di analisi della società e si è affidato a… Thierry Ardisson, prendendo l’ esempio della ‘’riforma’’ delle pensioni: ‘’Ciò che malgrado tutto ha permesso di convincere e prevalere è che in precedenza c’ erano stati dei comitati, dei consigli che si erano riuniti. E in un certo modo le elite, soprattutto giornalistiche, sapevano che non c’ era altro da fare. Questo è molto utile. C’ è bisogno che, se si vorrà un giorno proporre delle vere riforme, almeno la parte illuminata dell’ opinione pubblica sia formata’’ (5). E’dunque ‘’molto utile’’ che i media siano ben forniti di ‘’esperti’’, ingrediente che essi adorano.

Alain Garrigou riassume bene la funzione di questo mercato relativamente nuovo : ‘’C’ era un tempo in cui ‘travestirsi da giornalista’ era mal considerato negli ambienti della politica e dell’ università. Oggi i professori di Scienze politiche o dell’ establishment parigino corrono di scena in scena, di intervista in intervista, di editoriale in editoriale. (…) Le loro incontinenze in ogni non danno vita a una cacofonia dal momento che essi dicono press’ a poco la stessa cosa. Se essi si sono molto spesi per il ‘’s쒒 al referendum, non è per caso: scelti in funzione della loro prossimità ai grandi partiti politici, il loro padrinaggio si svolge anche èer frequentazione e anticipazione’’ (6).

public à sa visibilité médiatique.
Ma quello che è vero degli ”intellettuali di governo” può esserlo ugualmente anche degli ”intellettuali critici”, invitati a misurare essi stessi l’ impatto del loro contributo al dibattito pubblico con la loro visibilità mediatica.

Contestazione o compiacimento?

Certo, benché la frontiera non sia impermeabile, gli intellettuali mediatizzati – di cui parlano i media o che si esprimono sui media – non sono obbligatoriamente degli intellettuali mediatici, tanto più devoti ai media quanto più è dalla esposizione mediatica e meno è dalle loro opere e dalle loro creazioni che si aspettano la notorietà mediatica. E gli ”intellettuali critici”, attaccati alla loro autonomia, non si confondono con gli ”intellettuali di governo”, tanto più dipendenti dalle ”elite” quanto più hanno come funzione quella di sostenerle e di legittimarle nei media. Ma perché i primi accetterebbero senza muovere un dito lo status quo mediatico? (7). Nella speranza di beneficiarne?

La campagna referendaria del 2005 l’ ha mostrato una volta di più: i media dominanti impongono, sotto la copertura di ”equità”, di ”pedagogia”, di ”democrazia”, un pluralismo tronco, una propaganda mascherata e un dibattito democratico amputato (8). Un dibattito riservato, in essenza, almeno nello spazio mediatico, alle presunte elite il cui dominio – mischiando tutte le carte – non può essere contestato senza mettere in causa l’ ordine mediatico che le sostiene.

A questo punto, c’ è bisogno davvero che i movimenti di contestazione si comportino come se avessero delle ”elite” di ricambio da proporre e che gli intellettuali che partecipano alle loro lotte paghino il prezzo del loro silenzio sui media che monopolizzano gli interventi, generalmente furtivi, che questi media concedono loro? Oppure, al contrario, non sarebbe molto meglio (visto che non sono le elite come tali che questi movimenti contestano, ma i rapporti di dominio di cui esse sono gli attori e i motori) trattare questi media per quello che sono: una componente dell’ ordine sociale che questi movimenti lottano per trasformare e, con esso, l’ ordine mediatico esistente?

E a questo scopo, non è urgente costituire, come sollecitava Pierre Bourdieu, un intellettuale collettivo in modo da adottare una posizione comune, concertata con i giornalisti refrattari, per cercare di ottenere, con tutti gli agenti interessati, delle altre condizioni di espressione nei media? Delle condizioni che permettano di far sentire le parole di coloro che ne sono troppo spesso privati, e non soltanto quella dei portavoce che, parlando in nome degli altri parlano spesso al loro posto, quando non è contro di essi, come fanno – precisamente – le elite mediatiche.

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[1] Serge Halimi, Les Nouveaux chiens de garde, édition revue et augmentée, collection Raison d’agir, novembre 2005.

[2] Sur le site « expression-publique.com », janvier 2005.

[3] Annie Collovald, « Les mésusages politiques du populisme », Flash de la fondation Copernic, juin 2005.

[4] Gilles Deleuze, « À propos des nouveaux philosophes et d’un problème plus général », supplément au n°24, mai 1977, de la revue bimestrielle Minuit ; Pierre Bourdieu, Sur la télévision, Liber éditions, 1996.
[5] Émission « Tout le monde en parle », France 2, 22 janvier 2005. Cité par Serge Halimi, op.cit.

[6] Alain Garrigou, « Paroles d’experts », Le Monde diplomatique, juillet 2005.

[7] Pierre Rimbert, « Les rapports entre journalistes et intellectuels : cul et chemise ? », novembre 2004, sur le site d’Acrimed

[8] Henri Maler et Antoine Schwartz (Pour l’association Acrimed), Médias en campagne. Retours sur le référendum de 2005, Editions Syllepse, novembre 2005.

Fonte: acrimed | action critique médias.

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