SOPRAVVIVERA’ LA STAMPA QUOTIDIANA ALL’ APRILE DEL 2040?

| 28 maggio 2005 |

Si riaccende l’ attenzione su Vanishing newspaper

Si è riaccesa in questi giorni l’ attenzione su Vanishing newspaper e il suo autore, Philip Meyer. Secondo il giornalista svizzero-statunitense, che insegna in una Università della Carolina del Nord, l’ ultimo lettore getterà nel cestino l’ ultima copia di un giornale di carta nell’ aprile del 2040, fra ‘’appena’’ 35 anni.

Ne hanno parlato Arturo Zampaglione su Affari e finanza, il supplemento economico-finanziario di Repubblica, il 23 maggio; il blog Fogli di stile il 20 maggio, riprendendo un’ intervista di Leonard Witt all’ autore del libro pubblicata nel marzo scorso da Pjnet (Public journalism network); e, infine, un articolo sul Sole 24 ore di Piero Fornaia del 13 maggio. br/>

Nell’ articolo – intitolato ‘’Internet e l’ avvenire dell’ informazione” – Fornaia citava la apocalittica ‘’profezia’’ di Meyer (…) in occasione della presentazione della quarta edizione del premio «Piero Piazzano» per la divulgazione scientifica, in programma a Novara sabato 21 maggio, alla Facoltà di Economia dell’ Università del Piemonte Orientale.

Sopravviveranno i giornali dopo l’anno 2014? – si chiedeva Fornaia -. Secondo Philip Meyer, docente di giornalismo all’università della North Carolina e autore del recente saggio The Vanishing Newspaper l’ultima copia di un quotidiano cartaceo sarà stampata, letta e infine cestinata nel 2040. In un fanta-documentario, prodotto nel dicembre scorso dalla Scuola di giornalismo della Columbia University, questa data viene invece anticipata al 2014: dopo di allora il New York Times verrà pubblicato su carta solo come newsletter per un ristretto numero di lettori anziani. La fiction colloca nel 2010 la fusione fra il motore di ricerca Google e la libreria online Amazon e all’anno successivo la sconfitta del New York Times davanti alla Corte Suprema americana nella causa per violazione delle leggi sul copyright promossa contro Googlezon, questo il nome (immaginario) della nuova mega-agorà informatica.

«Ma non capiterà davvero così», conclude il video della Columbia University e su questo possiamo essere (più o meno) tutti d’accordo. Eppure non siamo proprio nel campo dell’assurdo. Nel suo libro il professor Meyer osserva che in tutto il mondo i giornali su carta stanno perdendo copie da trent’anni, lentamente, ma inesorabilmente (in Italia nel 2004 siamo scesi al di sotto delle 100 copie vendute ogni mille abitanti). Internet è soltanto l’ultima di una serie di innovazioni tecnologiche che hanno provocato una sorta di “diaspora” di quella che era una volta la massa dei lettori dei quotidiani. Secondo il nostro autore, per i giornali – di carta oppure online – occorre adesso pensare a un nuovo modello di business, che ne preservi però la funzione sociale.

Nella sua rubrica – Times square – Zampaglione ha ripreso il saggio di Meyer e ‘’lo scivolone di Newsweek su Guantanamo’’ per sottolineare la fragilità della carta stampata e il trend negativo delle vendite dei quotidiani americani. Secondo i dati dell’ ABC (Audit Bureau of Circulation), il nostro Audipress, le vendite fra ottobre 2004 e marzo 2005 sarebbero scese complessivamente dell’ 1,9% e quelle domenicali del 2,5%. ‘’E’ la flessione piùà marcata dell’ ultimo decennio’’, sottolinea il giornalista di Repubblica, aggiungendo anche un altro dato fortemente negativo, il calo della pubblicità. ‘’Se nel 1994 i quotidiani rastrellavano il 22,4% della spesa pubblicitaria, la percentuale si è ridotta l’ anno scorso al 17,7%’’.

Il blog Fogli di stile legge invece il libro di Meyer da un’ ottica completamente diversa: come un appello agli imprenditori per salvare la qualità dell’ informazione rappresentata dai quotidiani.

Meyer – spiega Fds – descrive il proprio libro (The Vanishing Newspaper: Saving Journalism in the Information Age) come un appello agli imprenditori americani per trovare modelli economici che salvino la qualità dell’informazione rappresentata dai quotidiani.
La lenta e costante diminuzione dei lettori – e per questo indolore – potrebbe portare ad una situazione di difficoltà finanziaria per i quotidiani, che non potrebbero più garantire la qualità giornalistica.
L’analisi di Meyer mi sembra rivolta a cercare la qualità in soluzioni più adatte alle realtà locali e alle comunità, dove è più forte l’interdipendenza economica che sostiene il quotidiano.

Lo steso taglio che aveva colpito anche Mario Tedeschini Lalli che ne aveva ampiamente parlato in un post del 18 marzo sul suo blog Giornalismo d’ altri.

Particolarmente interessante – rilevava Tedeschini Lalli – il suo ragionamento circa i possibili sviluppi imprenditoriali che – a suo dire – dovrebbero spingere le case editrici verso un “giornalismo di qualità” che prescinda dal mezzo con il quale è veicolato. Una tesi che si sposa particolarmente con quelle sostenute (…) nell’ultimo rapporto The State of the News Media.

Chiede a un certo punto Witt : “Questo ci porta ai due scenari che lei dipinge in The Vanishing Newspaper. In uno si continua a sfruttare la gallina dalle uova d’oro, traendone tutti i profitti possibili finché è possibile e ignorando le conseguenze a lungo termine; nell’altro si investe nel giornalismo di qualità qualunque sia il mezzo usato per veicolarlo. Quale strada ti sembra stiano prendendo i grandi editori tradizionali?”
Risponde Meyer : “Gli editori tradizionali sfrutteranno la gallina. E’ la cosa razionale da fare. Il declino avviene così lentamente che è possibile fare più soldi nell’arco della vita professionale di qualsiasi manager di oggi di quanti non se ne possano fare con scommesse ad alto rischio sul futuro. Ma come dico nel capitolo 2, nell’arco di vita di ogni vecchio mezzo arriverà un momento magico in cui esso avrà sfruttato così a fondo le riserve di buona volontà che diventerà vulnerabile alla concorrenza”.

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