Periferie in fiamme/
Se i media ”stigmatizzano”

| 20 novembre 2005 |

Acrimed ripropone le riflessioni del sociologo Patrick Champagne, allievo di Pierre Bordieu, sulla ‘’stigmatizzazione’’ dei giovani beurs da parte degli organi di informazione e sulla ‘’violenza invisibile’’.

di Maria Itri

«Un po’ bulleggiano, un po’ fumano, un po’ vendono. (…) È questa la banlieue padovana, la periferia più bollente del Veneto dove l’unica pax è fondata sullo spaccio».

Inizia così una lunga inchiesta di un giornale locale sulle «periferie» del Veneto di qualche giorno fa. Parigi brucia, e anche i reporter di casa nostra, come i colleghi d’Oltralpe, si lanciano nei viaggi in questi territori di confine, riportandone colori e odori, un’immagine forte di quello che è fuori, visibile, che però non lascia spazio né voce al dentro. E torna all’ordine del giorno un interrogativo: come avvicinarsi a questi temi? E che influenza avrà la gestione dei media dell’emergenza e del racconto di queste zone calde, in Francia come in Italia?

In questi giorni Acrimed (Action critique médias, un’ associazione francese di critica dei media ( qui ) – in un articolo intitolato ”Stigmatizzare e dissimulare” – ha riproposto due testi di Patrick Champagne, sociologo e allievo di Pierre Bordieu, sulla visione mediatica dei quartieri popolari.

Champagne inizia ad occuparsi della stigmatizzazione dei giovani beurs già nei primi anni Novanta, quando in Francia esplode il caso di Vaulx-en Velin[1]: scontri con la polizia e auto bruciate fanno accendere i riflettori dei media. Parlarne? Catapultare l’attenzione per dovere di cronaca o per cercare di portare alla luce questi aspetti spesso secondari nell’opinione pubblica? Ma l’effetto purtroppo è un altro:

paradossalmente – scrive Champagne – invece di aiutare gli abitanti di queste periferie, i media contribuiscono fortemente alla loro stigmtizzazione. Questi quartieri sono presentati come insalubri e sinistri, e i loro abitanti come delinquenti. Chi abita queste periferie non osa nemmeno confessare la propria provenienza, per timore di non trovare lavoro.

Spesso questa stigmatizzazione è involontaria, semplicemente funzionale al linguaggio giornalistico. Circoscrivere un disagio sociale con una indicazione che localizza il problema diventa più facile e pratico per chi scrive. Il linguaggio della cronaca, senza alcuna intenzione, finisce per creare il problema, formando nell’opinione pubblica una mappa mentale, quasi fisica, del degrado. E il percepire queste realtà, estranee al proprio punto di vista, attraverso categorie giornalistiche, costituisce secondo Champagne un ostacolo ai problemi che si pongono in queste zone.

Gli abitanti dei quartieri al centro delle cronache, in altre parole, si devono difendere, oltre che dai problemi già oggettivamente esistenti, anche dall’immagine pubblica negativa prodotta dal mondo dei media. Il testo di Champagne è del 1990: quindici anni dopo, aggiunge il sociologo, non è cambiato assolutamente nulla. L’unica novità è stata l’introduzione di alcuni temi nuovi, come l’Islam e il terrorismo. Dieci anni di intensificazione di una forma di violenza che rendendo visibile la violenza visibile, rendeva ancora più invisibile quella invisibile.

Perché l’altro tema sul quale punta il dito il sociologo francese è proprio questo: la crescita della violenza invisibile[2], contrapposta alla violenza visibile e fortemente mediatizzata, che ha assunto il rango di problema autonomo a partire dagli anni Novanta. Questa nuova forma è esercitata dalla società sugli individui, soprattutto sui giovani appartenenti ad una fascia debole. È una crescita, scrive Champagne nel 2000, di violenze simboliche create dalle percezioni sociali dominanti che si esercitano sui dominati.

Aggiornando oggi la sua riflessione, il sociologo nota che la violenza invisibile non è mai cessata negli ultimi cinque anni, ma anzi si è rafforzata. Come è possibile, si chiede, che sia compreso il disagio di una parte di giovani da chi lo ha in questo periodo costruito socialmente, presentato mediaticamente? Come faranno questi attori a comprendere quello che hanno avuto paura a spiegare, per timore di dover fornire delle giustificazioni?

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1 – «La vision médiatique», pubblicato in «La misère du monde», Paris, Le Seuil, 1993

2 – «Violence visible, violence invisible», pubblicato in «Faut-il s’accommoder de la violence?», Editions Complexe, 2000

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