LIBERTÀ DI STAMPA IN UN CONFLITTO ARMATO: IL CASO COLOMBIA
Un articolo di Camillo Andrés Tamayo

| 9 dicembre 2005 |


Nella foto: la senatrice Ingrid Betancourt, prigioniera da tre anni delle Farc

Se la ricostruzione della memoria è una delle condizioni per uscire dalla violenza, questa ricostruzione non sarà completa se non quando i racconti costruiti dalla stampa nazionale si intrecceranno con quelli dei giornali regionali: da qui l’importanza di questi ultimi e la gravità del fatto che le violazioni della libertà di stampa si focalizzino soprattutto sui giornalisti locali
Se i media privilegiano l’informazione ufficiale, possiamo dedurre che non abbiamo accesso ai numerosi punti di vista che si possono avere sugli avvenimenti. Questo è molto grave, e contribuisce a sviluppare ancora di più una visione parziale della realtà e ad alimentare questa «schizofrenia collettiva» che si ripercuote direttamente sulla creazione dell’immaginario a proposito del conflitto da parte della popolazione colombiana.

Lasciare solo ad alcuni mezzi la responsabilità di raccontare i fatti mette in pericolo le dinamiche democratiche dei paesi perché la costruzione delle percezioni, dell’immaginario e della mentalità dipende in gran parte dalle configurazioni di senso che essi costruiscono.

di Camillo Andrés Tamayo
(da Risal, Réseau d’ information et de solidarité avec l’ Amérique Latine)

«L’attività dei giornalisti godrà di protezione che garantirà la loro libertà e l’indipendenza professionale» (Art.73 della Costituzione della Repubblica di Colombia)

«Una stampa libera, pluralista e indipendente è una componente essenziale di tutta la società democratica» (Risoluzione del 1991 «Promozione della libertà di stampa nel mondo» dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, UNESCO).

La libertà di stampa in Colombia, questo oscuro oggetto del desiderio

In Colombia, la libertà di stampa esiste, ma c’è anche una grande quantità di elementi che fanno sì che questa libertà sia colpita in modo strutturale. Questa frase, per quanto sembri contraddittoria, riflette le molteplici complicazioni che comporta la pratica giornalistica in un paese che si trasforma socialmente nel pieno di un conflitto armato.

Se noi consideriamo la libertà di stampa come lo strumento della libertà d’opinione, o in altre parole, come la capacità dei media e dei giornalisti di esprimere liberamente le loro opinioni e di trasmettere senza pressioni le informazioni che elaborano, ci rendiamo conto che i limiti tra libertà di stampa e di espressione diventano opachi, diffusi e poco chiari in un contesto come quello colombiano.

La trasparenza, l’equità, la veridicità e la ricerca della verità sono presupposti centrali nel giornalismo liberale: così il lavoro del giornalista è molto più che una semplice azione di trasmissione di fatti di interesse pubblico alla società. Come mantenere questi principi in pieno conflitto armato colombiano? Come fare in modo che questa responsabilità sociale sia sufficientemente «blindata» contro gli interessi degli attori del conflitto armato? Come fare in modo che l’informazione, senza voler essere naïf o ingenui, non si trasformi in un bottino di guerra in più?

Nel corso degli ultimi due mesi, c’è stato in Colombia un dibattito vigoroso sulla possibilità di esercitare liberamente l’attività giornalistica nel paese, una discussione che è sempre stata viva, ma che si rianima quando coinvolge giornalisti di portata nazionale e riconosciuti nella sfera pubblica. Secondo la Fondazione per la libertà di stampa colombiana – FLIP (1)-, dall’inizio dell’anno ci sono state 22 minacce contro dei giornalisti, 5 attentati contro infrastrutture dei mezzi di comunicazione, 2 aggressioni, e diversi casi particolari di omicidi, rapimenti, attentati, esilio, censura, feriti che rendono impossibile il libero esercizio del giornalismo. Queste cifre presentate dalla FLIP per misurare la libertà di stampa nel paese, se studiate con attenzione, possono dare luogo ad un interessante esercizio di riflessione.

Il giornalista assassinato, Julio H. Palacios, proveniva dalla città di Cicuta, alla frontiera con il Venezuela; il giornalista sequestrato, Hernan Echeverri, da Uruba nel dipartimento di Antioquia; l’attentato contro Julian Ochoa è stato commesso perché il giornalista era direttore del canale televisivo via cavo delle Ande, nel dipartimento di Antioquia; e Alfredo Serrano è stato costretto all’ esilio perché esercitava il suo lavoro di giornalista a Barrancabermeja(2), nel dipartimento di Santander.

Inoltre val la pena segnalare che quest’anno la sede del giornale El Informador di Santa Marta è stato colpito da una bomba e che attacchi esplosivi – cinque dall’inizio dell’anno – hanno preso di mira équipes e antenne di trasmissione di canali televisivi privati e di radio dei dipartimenti di Putumayo e Caqueta. Sono anche stati uccisi a Tame, nel dipartimento di Arauca, il giornalista di una radio comunitaria, Edwin Moreno, e Nelson Carvajal, giornalista che lavorava a Pitalito, nel dipartimento di Huila. Cosa concludere quindi quando osserviamo che le aggressioni prendono di mira i giornalisti locali? Perché far scattare il campanello d’allarme solo quando ci sono di mezzo giornalisti che operano in campo nazionale e solo allora far diventare questo oggetto di preoccupazione per la società?

Dallo scenario descritto, la conclusione da trarre è che l’esercizio del giornalismo è molto più pericoloso per chi vive fuori dalle grandi città del paese ma che, sfortunatamente, questi episodi non mobilitano la stessa attenzione del pubblico che invece si attiva quando queste vicende coinvolgono giornalisti più conosciuti a livello nazionale. La riflessione mette a nudo due punti interessanti: la logica informativa del conflitto armato colombiano e i suoi interessi, e l’asimmetria tra il giornalismo regionale e quello nazionale.

A partire da dove si informa e si racconta il conflitto armato colombiano?

Non è possibile giustificare in alcun modo le minacce ricevute a causa della sua funzione da Daniel Coronell, direttore del telegiornale Noticias UNO che è trasmesso da uno dei canali della televisione pubblica colombiana, nè quelle ricevute da Holiman Morris, direttore del programma televisivo Contravía, sostenuto dall’Unione europea, nè quelle contro Carlos Lozano, direttore della rivista Voz, di tendenza comunista. Ma non sono giustificabili nemmeno le numerose minacce ricevute costantemente dai giornalisti locali; e purtroppo, queste sono poco conosciute dalla maggioranza dei colombiani.

Il conflitto armato colombiano si svolge in gran parte nelle regioni e nei municipi del paese, fuori dalle grandi città, e credo che ci sia una ripercussione ancora più grande nei casi in cui questi attentati colpiscono le persone responsabili della elaborazione delle sfere pubbliche locali attraverso le loro informazioni. Le narrazioni che si costruiscono sul conflitto armato, quello che accade giorno per giorno nei municipi e nelle regioni colombiane, è di fondamentale importanza per la costruzione della memoria del conflitto.

L’importanza di quanto detto, secondo le parole di German Rey (3), è che «la memoria permette la continuità, la relazione tra gli eventi e l’elaborazione di narrazioni che, integrandosi l’un l’altro, riempiono i vuoti e le dimenticanze fortuite o intenzionali…E’ dunque fondamentale che i mezzi di comunicazione contribuiscano a una ricostruzione della memoria come una delle condizioni per uscire dalla violenza». E questa ricostruzione non sarà completa se non quando i racconti costruiti dalla stampa nazionale si intrecceranno con quelli dei giornali regionali: da qui l’importanza di questi e la gravità del fatto che che le violazioni della libertà di stampa si focalizzano sui giornalisti locali.

Riassumendo, questo peso che assumono i media implicati nel conflitto, la responsabilità della costruzione della memoria collettiva, sarà di importanza vitale al termine del conflitto perché, grazie ai loro appunti e alle loro testimonianze, potranno essere chiarite le vicende che le future commissioni del paese dovranno stabilire. Ed è per questo che gli attacchi al funzionamento giornalistico regionale e locale devono attirare la più grande attenzione. Il modo in cui sono presentati i fatti o le vicende del conflitto armato rivela delle dinamiche rischiose per i giornalisti e la mancanza di attenzione della società per i suoi giornalisti locali li mette ancora più in pericolo.

D’altra parte, lo studio realizzato nel 2003 da Media per la pace sotto il titolo «La guerra, una minaccia per la stampa» (4) ci mostra che i problemi dei giornalisti locali sono molti: pressione e persecuzione da parte degli attori in guerra, conflitti di interesse nelle relazioni con differenti fonti di informazione, difficoltà crescenti per ottenere una copertura adeguata degli scontri, necessità di fare più lavori per ottenere dei guadagni sufficienti per sopravvivere, tensioni trascinate dalla situazione di «multi-impiego» e le difficoltà sperimentate nel lavoro con gli editori nazionali: questi sono i pezzi di questo rompicapo complicato del giornalismo locale.

Considerare il fatto che l’anello più fragile e più facilmente attaccato dagli aggressori della libertà di stampa (5) si trova nelle regioni, ci fa riflettere sul modo in cui si elabora l’informazione sul conflitto e come vi è riferito. Se questi racconti si costruiscono ogni volta soprattutto a partire da logiche e punti di vista della stampa nazionale e dei suoi giornalisti, a causa, come abbiamo segnalato, dell’impossibilità sempre più grande per i giornalisti locali e regionali di esercitare il loro mestiere, ritengo che si stia per entrare in uno stato di «schizofrenia mediatica»; in effetti, le informazioni che raccontano quello che accade fuori dalla grandi città non sono mai trasmesse con sufficiente veridicità.

Per illustrare quanto appena detto, niente di meglio che un esempio: durante il recente «sciopero armato» nel dipartimento di Putumayo (6), la stampa nazionale informava che tutto era completamente rientrato in ordine nella regione e sotto il controllo della forza pubblica, e che piano piano la normalità stava tornando nel dipartimento. Ma consultando i giornalisti locali a proposito delle stesse vicende, questi dichiaravano che la situazione umanitaria e politica era fuori controllo e che temevano seriamente che la «normalità» descritta dai media nazionali non si sarebbe ristabilita che dopo diverse settimane.

Come sapere realmente quello che accade in un conflitto se l’informazione non risponde ai criteri sopra evocati di trasparenza, equità, veridicità e di ricerca della verità? Come sapere quello che succede se l’informazione è fabbricata senza fare ricorso alle fonti e senza i controlli necessari? Come fare informazione su un conflitto locale se il reportage è scritto da un ufficio di Bogota o Medellin senza andare sul posto ma limitandosi a telefonare?

Una delle responsabilità dei giornalisti regionali e locali è di fare informazione a partire dai luoghi dove il conflitto si svolge e di costruire i racconti che aiuteranno a comprendere e creeranno la memoria. Ma il lato perverso di questo è che constatiamo che le azioni degli aggressori della libertà di stampa si concentrano proprio su di loro senza, d’altro canto, che ciò costituisca un fatto di importanza tale da attirare l’interesse dell’opinione pubblica. A partire da dove, allora, si racconta e si costruisce mediaticamente il conflitto armato?

Il monitoraggio della stampa colombiana realizzato dal Progetto Antonio Narino (7) nel 2004 dimostra che l’informazione sul conflitto armato nel paese fa appello soltanto alle fonti ufficiali per costituirsi; non c’è informazione di opposizione; le notizie sono solitamente redatte sotto forma di brevi. Se i media privilegiano l’informazione ufficiale, possiamo dedurre che non abbiamo accesso ai numerosi punti di vista che si possono avere sugli avvenimenti. Questo è molto grave, e contribuisce a sviluppare ancora di più una visione parziale della realtà e ad alimentare questa «schizofrenia collettiva» che si ripercuote direttamente sulla creazione dell’immaginario a proposito del conflitto da parte della popolazione colombiana (8).

In conclusione, la libertà di stampa in Colombia è il risultato di variabili complesse imposte dal conflitto che vive il paese. Attirare l’attenzione sulla gravità implicita delle aggressioni contro i giornalisti locali e regionali senza per altro minimizzare le aggressioni delle quali sono vittime i giornalisti nazionali è uno degli obiettivi di questo articolo per contribuire al dibattito.

Incoraggiare l’unione delle forze per insistere su una stampa libera, democratica e pluralista, ecco il compito importante perché, tra molti altri aspetti, la libertà di stampa è uno dei diritti fondamentali delle società ed è una responsabilità storica dei giornalisti essere dei cronisti di ciò che accade.

Lasciare solo ad alcuni mezzi la responsabilità di raccontare i fatti mette in pericolo le dinamiche democratiche dei paesi perché la costruzione delle percezioni, dell’immaginario e della mentalità dipende in gran parte dalle configurazioni di senso che essi costruiscono. E dunque, riuscire a creare media di diverse tendenze che partecipano alla configurazione di pesi e contrappesi democratici; assicurare il rispetto della vita dei giornalisti, indipendentemente dallo spazio geografico dove operano, promuovere osservatori dei media, tribunali della stampa, sorveglianza dei media e inchieste speciali possono sembrare strumenti o azioni un po’ ingenui tenuto conto delle dinamiche attualmente in atto nel paese. Ma sarà soltanto nella misura in cui noi cittadini afferreremo l’importanza del diritto all’informazione, che potremo comprendere realmente perché sia una necessità fondamentale la difesa della libertà di stampa, per pensare ad un modello di paese più giusto e inclusivo.

– – – – – – – – – – – –

[1] Fundación para la Libertad de Prensa, “Diagnóstico de la libertad de prensa en Colombia Junio-Julio 2005”, Bogotá, Agosto de 2005.
[2] Frédéric Lévêque, Colombie : Barrancabermeja ou l’instauration d’une dictature de sécurité nationale, RISAL, 18 octobre 2003.
[3] Rey Germán “Balsas y medusas, visibilidad comunicativa y narrativas políticas”, Fescol, Fundación Social CEREC, Bogotá, 1999.
[4] Gómez Patricia y Velásquez Mónica “La guerra, una amenaza para la prensa”, Medios para la Paz, Bogotá, 2003.
[5] Si possono ricordare tra gli altri i politici corrotti, la delinquenza commune, i rappresentanti dello Stato e del governo.
[6] Blocco dei trasporti ad opera della guerriglia
[7] Rey Germán y Bonilla Jorge Iván, “Calidad informativa y cubrimiento del conflicto”, Proyecto Antonio Nariño, Fondo Editorial CEREC, Bogotá, 2004.
[8] Per altri dettagli sulla costruzione dell’immaginario e l’incidenza dei mezzi di comunicazione su questa creazione, leggere il capitolo 18 « transformer les imaginaires : éducation et media » del Rapporto nazionale sullo sviluppo umano della Colombia INDH 2003 « El Conflicto Callejon con Salida » del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo – PNUD edito nel 2003 in Colombia.

(traduzione a cura di Maria Itri)

– – – – – –

Sulla situazione dei media e dei giornalisti in Colombia un materiale molto ampio è dsponibile su Medios para la paz e su Risal .

I commenti sono chiusi.