GIANNI MINA’: L’ AMBIGUITA’ DEI CRONISTI ITALIANI A CUBA

| 7 luglio 2005 |

La tensione che, a ondate, si riaccende intorno a Cuba; le polemiche provocate dall’ epulsione di
due giornalisti italiani entrati all’ Avana con visti turistici per ”coprire” l’ assemblea di alcuni settori
della dissidenza antcastrista; lo strabismo con cui la grande stampa italiana
seguirebbe le vicende cubane; il ruolo ”ambiguo” di Reporter sans frontières. Sono i
temi al centro dell’ articolo di Gianni Minà “L’ambiguità dei cronisti italiani a Cuba” che apre l’
ultimo numero (il 90/91) di Latinoamerica ( www.giannimina-latinoamerica.it ) e che lsdi pubblica qui.

Qui di seguito l’ editoriale di Minà.

Ricordiamo che sulla vicenda si può vedere anche il dossier di Isf Cuba, prigionieri della parola

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L’ AMBIGUITA’ DEI CRONISTI ITALIANI A CUBA

di Gianni Minà
Latinoamerica n.90/91

UNO SPIRITO CAUSTICO COME DANIEL Chavarria scrittore e rivoluzionario uruguayano, ha liquidato l’episodio dell’espulsione da Cuba di Francesco Battistini del Corriere della Sera e di Francesca Caferri de la Repubblica, insieme a due o tre politici polacchi, con una battuta crudele “Meno male! A Cuba i giornalisti li espellono, in Iraq invece la truppa d’ occupazione nordamericana spara loro addosso”. La battuta feroce si basa su una constatazione incontrovertibile e scabrosa: anche Cuba vive da tempo una guerra, quella che gli Stati Uniti le hanno dichiarato 45 anni fa con l’embargo economico e mediatico (recentemente inasprito) e che ora, nell’epoca di Bush jr., ha ripreso vigore, come confermano le 450 inquietanti pagine del progetto “Cuba libre”, disponibili da maggio 2004 sul sito del Dipartimento di Stato Usa.
È un progetto politico ben preciso che, con tanti saluti al diritto di autodeterminazione dei popoli, punta ad un cambio “rapido e drastico” nell’isola. Certo, salvo gli attentati terroristici subiti nell’ultimo trentennio e che hanno causato più di 3000 morti in terra cubana, non è, per ora, una guerra dichiaratamente armata, quella del governo di Washington, ma un conflitto combattuto con le armi spietate e subdole dell’economia e della comunicazione e rivela, da parte nordamericana, una concezione molto coloniale dei diritti dei cittadini dell’isola.
Così, senza voler giustificare le inutili espulsioni dei giornalisti, si intende come Cuba possa vivere in una sindrome di “castello assediato” che le fa commettere errori. Una condizione in cui la nazione più poderosa del mondo stanzia pubblicamente 53 milioni di dollari l’anno (5 per le campagne di propaganda) per costruire una opposizione alla revolucion e cambiarne il destino per ora meno drammatico del resto dell’America latina). Come è successo 30 anni fa al Cile e più recentemente all’Iraq. E tutto questo senza che nessun D’Alema (pronto a dichiarare sulla democrazia carente dell’isola) senta alcuna preoccupazione.

Perché nel documento della “Commissione per sostenere una Cuba libera” si dichiara senza mezzi termini l’intenzione del governo di Washington di designare fin da ora, per l’isola che si presume sarà liberata, un coordinatore del Dipartimento di Stato, che si occuperebbe della transizione. Insomma un Paul Bremer che successivamente dovrebbe passare il potere ad un altro Allawi, anche lui, verosimilmente, proveniente dalla CIA. E questo, è ovvio, per ristabilire la democrazia.

“L’assemblea per la promozione della società civile a Cuba”, organizzata da Marta Beatriz Roque venerdì 20 e sabato 21 maggio, con un budget di 130 mila dollari, forniti da James Cason, esperto di “guerre sporche” e responsabile dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti all’Avana, è una delle tappe di questa strategia della tensione. Una politica tesa alla destabilizzazione interna e inaugurata, due anni fa, con i dirottamenti di tre aerei passeggeri e il sequestro fallito del ferry boat di Regla. Una pressione alla quale Cuba aveva reagito duramente fucilando, dopo un rapido processo, tre degli undici componenti il gruppo che aveva sequestrato, coltelli alla gola, i passeggeri del ferry boat. Una decisione dolorosa, visto che da quattro anni il governo de l’Avana, al contrario di quello di Washington, rispettava la moratoria sulla pena di morte, chiesta da più parti, fra cui il Vaticano, per voce dello stesso Giovanni Paolo Il.

La strategia della tensione è proseguita poi quest’anno, in occasione della 61 ° sessione della Commissione diritti umani dell’Onu, nella quale il governo di Washington è riuscito a bloccare la presentazione di una denuncia sulle violenze, gli abusi e le torture compiute dai suoi funzionari, ufficiali e soldati in Afghanistan (dove alcuni testimoni sono stati ammazzati di botte durante gli interrogatori), nelle carceri irachene e a Guantanamo, ma ha ottenuto di imporre di stretta misura, col voto determinante di alcune nazioni europee come l’Italia, una censura a Cuba, dove non ci sono mai stati desaparecidos, torture ed esecuzioni extra giudiziarie.

L’iniziativa di Beatriz Roque e di René de Jesùs Gòmez e Felix Antonio Bonne che, bisogna ricordare, si è svolta regolarmente, con il disappunto di tutti quei politici mestatori e anche giornalisti che si aspettavano una repressione è stata però un’iniziativa alla fine autolesionistica.

Perché non solo ha costretto alcuni dissidenti storici come Osvaldo Payá, Cuesta Morua ed Elizardo Sànchez a dissociarsi da una manifestazione organizzata da chi “incontestabilmente prende ordini e soldi dal governo degli Stati Uniti”, ma perché ha ribadito le divisioni e la possibilità di manipolare posizione alla revoluciòn.

Chi potrebbe fidarsi, infatti, di un progetto di cambio politico che afferma: “Bisognerà processare i funzionari e i membri del governo, del partito, delle forze di sicurezza, delle organizzazioni di massa e anche quelle di cittadini favorevoli al governo rivoluzionario (e quindi ufficialmente tutti) e forse pure di molti membri dei Comitati di difesa della Rivoluzione”? Perché, sia chiaro “la lista potrebbe essere molto ampia”. Questa sarebbe la strategia per restituire Cuba alla libertà e alla democrazia? I cronisti dei nostri più prestigiosi giornali invece di informarsi e di allarmarsi per questa guerra sotterranea in corso, vanno, in zona di operazione, con visti da turisti. Lo farebbero in Iraq o anche solo in Palestina? E perché insieme ai candidi partiti “democratici” italiani dimenticano per esempio che, proprio in questi giorni, George W. Bush ha, come gradito ospite a Miami, il famigerato terrorista Luis Posada Carriles, al quale potrebbe concedere “asilo politico”?

Posada Carriles, che nel ‘76, col suo compare Orlando Bosch, mise il tritolo su un aereo passeggeri della Cubana de Aviacion fu successivamente coinvolto nell’assassinio a Washington di Orlando Letelier, ministro degli esteri del governo cileno di Salvador Allende. Più recentemente, nel ‘99, prima di essere arrestato e condannato a Panama a 8 anni di detenzione, era stato fra gli organizzatori della serie di attentati messi in atto all’Avana per annientare il turismo dell’isola. Ma la ex presidentessa di Panama, Mireya Moscoso, prima di lasciare l’incarico, su pressioni nordamenicane, lo aveva liberato. Il governo cubano e anche quello venezuelano ( nell’esplosione dell’aereo morirono anche alcuni cittadini di quel paese), hanno chiesto l’estradizione. Lo stesso, se l’Italia fosse un paese coerente e dignitoso, dovrebbe fare, come ha ricordato Maurizio Matteuzzi, il nostro Ministro degli Esteri Gianfranco Fini. Perché negli attentati del ‘99 contro il turismo di Cuba, morì anche un cittadino italiano, il giovane imprenditore Fabio Di Celmo e il suo vecchio padre Giustino ancora cerca qualcuno che lo sostenga nella speranza di punire i mandanti dell’assassinio di suo figlio.

Ma in Italia queste inquietanti realtà, che spiegano la “sindrome da assedio” in cui talvolta cade Cuba, non interessano a molti esponenti di partiti che si dichiarano ancora di sinistra. Figuriamoci ai giornalisti, che certamente non hanno pensato ad andare a cercare nell’isola i parenti delle vittime dell’attentato del ‘76, o di andare in Florida (consiglierei con un visto giornalistico ufficiale) per fare un reportage negli ambienti da cui parte il terrorismo verso Cuba.

L’informazione embedded che trionfa attualmente ignora queste quisquiglie. La guerra mediatica cara al Dipartimento di Stato si fa con le provocazioni, magari come quelle familiari ai Reporters Sans Frontiéres, il cui fondatore, Robert Menard, recentemente ha dovuto ammettere di essere stato sovvenzionato dal National Endowment for Democracy, l’agenzia della CIA che sovrintende a queste operazioni di discredito delle nazioni non allineate agli interessi del governo degli Stati Uniti.

“E’ il prezzo dell’informazione moderna, bellezza!”, ha commentato ironico Daniel Chavarria.

Per questo ho pubblicato su il manifesto del 24 maggio l’inizio di questo editoriale sintetizzato e uscito col titolo “Il candore dei cronisti italici”, e che introduce il numero doppio 90-91 di Latinoamenica.

24 ore dopo Robert Menard ha risposto con una lettera a il Manifesto, confermando il denaro ricevuto dal National Endowmentfor Democracy, agenzia della CIA, e giustificandolo con l’esigenza di finanziare un progetto destinato a “sostenere giornalisti arrestati, carcerati o minacciati in Africa” e spiegando che la cifra ricevuta dal NED nel 2005 ( 30,900 dollari) rappresenta soltanto lo 0,95% del bilancio dell’organizzazione. Una risposta imbarazzata. Ma subito dopo Menard non può fare a meno di rivelare da che parte sta veramente e qual è la sua etica giornalistica, sorprendendosi che la mia accusa venisse mentre “tre giornalisti polacchi ( ma poi si è saputo che non erano giornalisti) e due italiani erano stati espulsi da Cuba mentre 21 giornalisti locali (alcuni condannati a più di 20 anni di carcere) sono sempre dietro le sbarre”.

Mi è stato facile ricordargli, con un’altra lettera a il Manifesto pubblicata il 28 maggio, come apparisse singolare che Menard facesse sovvenzionare Reporters Sans Frontiéres proprio da un’agenzia della CIA, e paradossalmente per “sostenere i giornalisti arrestati o minacciati in Africa”, cioè i giornalisti che quasi sempre sono vittime, nel proprio lavoro, degli interessi che la CIA difende.

Il “lavoro sporco” che fa il Dipartimento di stato americano, trasformando in presunti giornalisti tanti poveri cristi in cerca a Cuba, come nel resto dell’America latina, di sbarcare il lunario, è di fronte agli occhi di tutti. E tutto questo mentre i giornalisti di lungo corso e di accertato coraggio vengono assassinati ogni anno, come i sindacalisti, in Colombia o in Messico, che hanno il record di queste esecuzioni, ma non riescono ad avere l’attenzione di Reporter Sans Frontiéres e delle sinistre riformiste europee.

È il trionfo dell’ipocrisia, specie se si indaga, come noi facciamo in questo numero della rivista – nel settore Documenti e testi – sui sovvenzionatori delle attività di RSF. Da Publicis, concessionaria della comunicazione e immagine delle forze armate americane, alla Coca cola, che ha il record, nelle sue filiali in America latina, dei sindacalisti uccisi ( in particolare in Guatemala, come Dante Liano ha documentato, qualche numero fa, in questa rivista), alla Bacardi sempre felice, in Florida, di sponsorizzare l’eversione violenta contro Cuba.

Sui due colleghi italiani respinti perché sono andati a fare il lavoro di reporter in un paese evidentemente assediato dagli Stati Uniti con un visto di turismo, non vale la pena soffermarsi troppo. Basta ricordare che colleghi della France presse, dell’agenzia spagnola EFE, dell’Ansa e di tanti giornali latinoamericani e non, hanno regolarmente coperto l’evento riguardante l’iniziativa di Beatriz Roque e dei suoi compagni, pagata dall’attivissimo incaricato d’affari nordamericano James Cason, con una prebenda di 130 mila dollari regolarmente dichiarati, mentre i nostri giornali d’opinione si sono guardati bene di farlo, neanche recuperando le notizie d’agenzia.

Insomma non era importante capire che consistenza ha la dissidenza a Cuba, ma partecipare a una provocazione, magari per far crescere il discredito verso la rivoluzione.

Con lo stesso silenzio, infatti, i media italiani hanno coperto la grande assise sul terrorismo svoltasi a Cuba il 3 e 4 giugno e alla quale hanno partecipato quasi settecento studiosi ed intelletuali di tutto il mondo e che Gennaro Carotenuto racconta in questo numero di Latinoamerica.

E’ chiaro che “l’Assemblea per la promozione della società civile a Cuba” era, invece, solo una scusa per partecipare, come ho spiegato, ad una plateale provocazione che fa parte di una strategia precisa, tesa a permettere al Dipartimento di stato di giustificare, in un prossimo futuro, qualunque azione o ulteriore restrizione nei riguardi di Cuba. È il prezzo elettorale che Bush deve pagare a chi, in Florida, lo ha fatto eleggere nel suo primo mandato in modo rocambolesco e ancora adesso è uno degli sponsor più generosi della sua avventura politica.

Non si dispiacciano i colleghi Battistini del Corriere della Sera e Caferri de la Repubblica convinti che l’ambasciata cubana, se si fossero dichiarati giornalisti, non avrebbe concesso loro il visto. Ci sono degli illustri precedenti in merito. Gabriel Garcia Marquez per esempio, o Eduardo Galeano, o i vecchietti del Buena vista social club, che, ritenuti pericolosi sovversivi, in determinati momenti della loro vita si sono visti rifiutare il visto per entrare negli Stati Uniti o stati fermati per ore in qualche varco doganale degli States. L’aereo su cui aggiava il cantautore Cat Stevens, da oltre 20 anni diventato musulmano col nome di Mohammad Yussuf, quindi possibile terrorista, è stato addirittura costretto ad atterrare in un aeroporto militare del Maine, da dove immediatamente è stato rispedito in Inghilterra. Sempre in nome della libertà e della democrazia, ovviamente.

Questa tensione che riprende nei confronti di Cuba – con la connivenza, purtroppo, anche dell’Unione europea – è documentata in questo numero doppio 90/91 della rivista, così come l’ambiguo ruolo che sta giocando l’associazione Reporter Sans Frontiéres, incapace, nei suoi rapporti, di denunciare e condannare le innumerevoli violazioni dei diritti umani compiute dagli Stati Uniti da quando è iniziata la cosiddetta “guerra preventiva”, ma votata, con un accanimento quanto meno sospetto, contro ogni aspetto della politica di Cuba, del Venezuela e di tutte le nazioni che infastidiscono le strategie del governo di Washington. È un’ipocrisia evidente che Luis Septilveda, in questo numero della rivista, rinfaccia anche a Mario Vargas Llosa.

Latinoamerica 90/91 si onora anche di alcune riflessioni particolarmente acute: quelle di Frei Betto sul nuovo papato di Benedetto XVI e sulle trasformazioni in atto nel Brasile di Lula e poi quella di Bruce Jackson sulla caccia ai reporter indipendenti in Iraq, quelle di Bugliani, De Marzo e Contreras Baspineiro sul ruolo dei movimenti indigeni in cerca di riscatto in Ecuador e Bolivia, quella di Perez Esquivel sulla precarietà ormai endemica di Haiti e quella di Omar Gonzáles sul pensiero unico, imposto dalla cultura del mercato, e quindi sulla neutralità impossibile. Toccanti infine i ricordi di Rigoberta Menchù e monsignor Pedro Casaldaliga nel 25° anno dall’assassinio del vescovo Romero.

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