CINA: GRANDE OCCASIONE ANCHE PER I MEDIA? HUMAN RIGHTS WATCH, ‘STATO ALTAMENTE REPRESSIVO’

| 18 gennaio 2005 |

73 giornalisti e cyberdissidenti in galera nel 2004

MILANO – Anche per quanto riguarda giornali e periodici la Cina puo’ essere un’incredibile opportunita’ di
mercato. Perche’ il tasso di crescita dell’editoria cinese e’ impressionante. E la censura, un tempo piu’ che severa, oggi si e’ attenuata al punto da rendere pubblicabile ”quasi tutto”.

Questo – secondo l’Ansa – il quadro emerso il 18 gennaio dal convegno ‘Il Drago che parla: la riforma della stampa in Cina’, organizzato da Rcs e Fondazione Italia-Cina presso la Sala Montanelli del ‘Corriere della Sera’ a Milano.
Nella relazione del direttore della scuola di giornalismo dell’ Universita’ Popolare di Pechino, Yu Guoming,
e’ emersa questa incontestabile verita’: per quanto lenta, la via verso la liberta’ e la democrazia anche in Cina passa attraverso i giornali, e il Governo cinese ha capito che ”non puo’ mantenere il consenso del popolo se non lascia liberi i giornali di pubblicare cio’ che ritengono piu’ opportuno”. (ansa).

Per precisare la prospettiva, va detto che la Fondazione Italia-Cina , è stata costituita (a Milano, l’11 novembre 2003, da Cesare Romiti) “per migliorare l’immagine e la presenza dell’Italia in Cina e per realizzare un diverso posizionamento strategico-commerciale”. Ha avuto come soci fondatori (immediata adesione) il Governo – Ministeri degli Affari Esteri, delle Attività  Produttive, dell’Istruzione e dei Beni Culturali -, le Regioni, Confindustria e le più importanti aziende e gruppi finanziari italiani. (http://deloitte.bns.it:8080/fondazioneitaliacina/).

E va detto anche che, proprio qualche giorno fa, Human Rights Watch ha definito la Cina ”uno stato altamente repressivo”. Nel suo ultimo rapporto annuale, pur riconoscendo che ”sono stati fatti dei progressi”, HRW afferma che non sono state affatto “mantenute le promesse sulla instaurazione di uno stato basato sul diritto”.

Lo illustra anche una nostra scheda, relativa alla situazione di stampa e internet, secondo cui almeno 73 giornalisti e cyberdissidenti erano in galera nel 2004.

CINA: HUMAN RIGHTS WATCH, ‘STATO ALTAMENTE REPRESSIVO’

”Uno stato altamente repressivo”. E’ così che Human Rights Watch (Hrw) definisce nel suo ultimo rapporto annuale la Cina. Pur riconoscendo che ”sono stati fatti dei progressi”, l’organizzazione afferma che non sono state mantenute le promesse sulla instaurazione di uno stato basato sul diritto.
”Le promesse fatte dal Partito Comunista nel 2004 sulla creazione di uno stato di diritto sono state vanificate dalla corruzione, sempre più diffusa tra i funzionari, dalle interferenze del Partito nel sistema giudiziario e dalla cultura dell’impunità per i funzionari e le loro famiglie”, afferma il rapporto.
Human Rights Watch prosegue sottolineando che anche se ”la Cina ha fatto dei progressi in alcune aree grazie al rafforzamento del sistema legale… rimane uno stato altamente repressivo”. La protezione dei diritti umani è stata introdotta per la prima volta nella Costituzione cinese nel marzo scorso ma, secondo alcuni analisti, l’enunciazione di principio non si è tradotta in misure legislative concrete.

Il rapporto per il 2005 del gruppo umanitario ricorda la recente ondata di proteste popolari, soprattutto nelle campagne, dirette contro funzionari locali corrotti o contro la requisizione forzata delle terre. Le proteste sono state affrontate, afferma Human Rights Watch, con interventi della polizia e con ”l’ isolamento delle aree” interessate.
Il gruppo umanitario afferma inoltre che l’ informazione rimane sotto uno ”stretto controllo” del Partito, che è intervenuto anche su Internet con misure che ”limitano la libertà d’ espressione pubblica e privata”. Il rapporto prosegue criticando i ”pesanti interventi” del governo di Pechino contro le minoranze etniche nel Tibet e nel Xinjiang. (ANSA).

Scheda

Cina: l’ informazione fra mercato e censura;
73 giornalisti e cyberdissidenti in galera nel 2004

di Giorgio Giacomelli

Ai primi posti nella lista di contestazioni mosse contro il governo cinese dagli osservatori internazionali vi è la limitazione della libertà  di informazione con la quale il partito comunista controlla l’opposizione politica interna. Ciononostante, nel corso del 2003 e del 2004, il settore dei media cinesi è stato rivoluzionato da una transizione dalla conduzione statale alla gestione privata.
Gli effetti economici di tale passaggio sono stati proporzionali all’importanza storica dell’evento: le pubblicazioni e le emittenti televisive hanno prosperato in un clima liberale inedito, ingrandendosi e moltiplicandosi. Il nuovo panorama mediatico ha conservato però – come del resto altri settori del mondo economico-culturale cinese – delle caratteristiche che lo rendono analogo al sistema precedente in cui le informazioni dovevano ottenere l’approvazione del Dipartimento della propaganda per essere divulgate.

Oggi quel Dipartimento è stato sostituito dal Dipartimento della pubblicità, che come compiti di primo piano ha anche quello di monitorare le notizie in circolazione per individuare tra queste messaggi antirivoluzionari ritenuti in grado di minacciare la sicurezza nazionale. Questo dispositivo di sicurezza dispone di poteri legali più che efficaci: le condanne per tradimento si traducono in sospensione di stipendi, rimozioni dagli incarichi oppure in pene detentive.

Generalmente lo scoraggiamento delle attività  sovversive e l’isolamento dei soggetti politici pericolosi non riguarda da vicino le agenzie più grandi: queste infatti in generale regolano la propria sensibilità con una autocensura che suona in sintonia perfetta con le linee del partito. Tuttavia il numero sempre più elevato di giornali e televisioni presenti sul territorio non può impedire che si diffondano anche delle voci non esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. Per questo la funzione del dipartimento della pubblicità  è divenuta essenziale per la conservazione della stabilità  politica del paese.

Decine di arresti

Nel 2004 un numero non inferiore a 23 giornalisti e 50 dissidenti telematici sono stati incarcerati. La definizione dei bersagli soggetti a questo controllo non è semplice. Essi si identificano principalmente con gli oppositori dichiarati del partito e cioè persone come Wang Youcai, fondatore del Partito democratico cinese, che è illegale e non riconosce nel partito comunista l’unica fonte legittimata di governo. O giornalisti come Yu Tianxiang, fondatore della rivista indipendente Zhongguo Gongren Guancha, accusati di “sovversione del potere statale” ed incarcerati per tali crimini.
Lo spettro dei reati contro lo stato si allarga però anche a casi come quello dello storico Xu Zedong, specializzato in storia del partito comunista cinese. Xu è stato condannato per “pubblicazioni illecite” e per aver divulgato “segreti di stato” in conseguenza della pubblicazione di testi storici sul ruolo dell’esercito cinese durante la guerra di Corea ed alcuni articoli sul supporto cinese ai comunisti salesiani.

Jae-Hyun Seok, fotografo e giornalista sudcoreano per l’US Daily, il NewYork Times ed il giornale coreano Geo, è stato condannato il 22 maggio 2003 per “commercio illegale di esseri umani”. La polizia lo aveva sorpreso mentre documentava un’operazione per aiutare i rifugiati nord-coreani in Cina a raggiungere la Corea del Sud ed il Giappone.

Gli attivisti per i diritti umani che interferiscono con gli affari interni della Cina non rappresentano l’ultima categoria di nemici pubblici. Ad essi, agli storici ed ai dissidenti politici si aggiungono i giornalisti che, durante l’epidemia di SARS nel 2003, hanno tentato di diffondere notizie sullo stato dell’emergenza sanitaria, mentre ai giornali nazionali era stato ordinato di non occuparsi della faccenda. La lista di “crimini” dell’informazione si estende inoltre alla diffusione di notizie riferite ai seguenti fatti: casi di contagio da HIV nella provincia dello Hunan, movimenti indipendentisti nel Xinjang e Tibet, discriminazione e persecuzione di gruppi religiosi cattolici, manifestazioni e proteste per i diritti dei lavoratori, casi di corruzione e catastrofi naturali.

I sistemi “legali” non sono comunque gli unici strumenti di cui il governo cinese dispone per controllare le notizie indesiderabili. Gli attacchi fisici e le minacce ai giornalisti ad opera di poliziotti ed aggressori non meglio identificati costituiscono infatti forme di pressione e repressione di importanza tale da indurre una compagnia d’assicurazioni di Shanghai ad offrire delle assicurazioni speciali per giornalisti.

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