CINA / DISPOSTI A TUTTO I GIGANTI USA DELL’ IT, ANCHE A FAR CONDANNARE GIORNALISTI DISSIDENTI

| 10 settembre 2005 |


Shi Tao

I giganti americani nel campo delle tecnologie informatiche sembrano disposti a tutto pur di riuscire a penetrare nel mercato cinese: per farlo dimostrano una tale acquiescenza nei confronti delle autorità cinesi da arrivare fino a rivelare informazioni utilizzate nella repressione contro la cyberdissidenza
.
E’ il caso di Yahoo (qui una ricostruzione di repubblica.it )che, come ha denunciato Rsf, avrebbe fornito agli inquirenti cinesi una serie di dati sul traffico di e-mail del giornalista Shi Tao, sulla cui base, nell’ aprile scorso, egli venne condannato a dieci anni di reclusione.

Ma con Yahoo – che recentemente ha raggiunto un importante accordo con il portale cinese Alibaba – anche Cisco avrebbe collaborato attivamente con l’ apparato di polizia e i servizi d’ informazione della Repubblica popolare.

La sentenza del processo a Shi Tao, condannato per ”divulgazione illegale di segreti di Stato all’ estero”, rivela che la filiale di Hong Kong di Yahoo – afferma Reporter sans frontieres (qui ) – ha trasmesso alla polizia delle informazioni compromettenti per il giornalista. ”Già collaboratore zelante della censura, Yahoo finisce per diventare addirittura un ausiliario della polizia”, commentano a Rsf.

Anticipando quello che il gigante americano dell’ informatica ha poi in realtà dichiarato – ”avevamo il dovere di rispettare le leggi” (qui) – Rsf aveva affermato: ”Certo, Yahoo non fa altro che piegarsi alle richieste delle autorità cinesi. I dirigenti dell’ azienda potranno ancora una volta spiegare che essi non fanno altro che conformarsi alle leggi del paese in cui operano. Ma la legalità di questa procedura non esonera Yahoo dal porsi anche questioni etiche”. E in ogni caso: ”Una cosa è chiudere gli occhi sui comportamenti del governo cinese, un’ altra è collaborare con esso”.

Quanto a Cisco, vengono ricostruite qui le accuse lanciate da un giornalista americano che da tempo vive e lavora in Cina. ”Cisco accusata per la censura cinese: Un giornalista statunitense accusa Cisco di aver violato le leggi USA: le tecnologie utilizzate dalla Internet blindata di Pechino sono contrarie ai regolamenti sulle esportazioni verso la Repubblica Popolare”.

”Recentemente – precisa Tommaso Lombardi (qui) Yahoo! è entrata con prepotenza nel panorama cinese con la parziale acquisizione di Alibaba, un importante motore di ricerca locale utilizzato dalle aziende per l’import-export di materiali e prodotti made in China: è solamente un caso?

La grande multinazionale aveva già suscitato le attenzioni di numerosi osservatori internazionali per avere accettato i diktat dell’oligarchia pechinese pur di aprire una filiale nel promettente mercato del far east: una scelta fatta propria anche da Google e Microsoft, che ha alimentato grandi polemiche. La Cina non è così vicina quanto sembra: qualsiasi azienda che opera su Internet, specialmente se straniera, deve accettare obblighi legali che costringono all’implementazione di sistemi censori ad alta tecnologia, come sostiene l’esperto Ethan Gutmann’’.

‘’Ho in mente due righe di un vecchio articolo di Wired dove si descrive con lucida crudelta’, come si “attrezzarono” a Google quando la Cina blocco’ per la prima volta il motore di ricerca – ricorda in un post molto interessante sul suo blog Massimo Mantellini -. Cosa fa – letteralmente – Sergey Brin per affrontare il problema? Esce di casa (anzi no, va su Amazon) a comprarsi un paio di enciclopedie. Tanto per farsi una idea di cosa sia la Cina e come funzioni.

Brin was no expert on international diplomacy. So he ordered a half-dozen books about Chinese history, business, and politics on Amazon.com and splurged on overnight shipping. He consulted with Schmidt, Page, and David Drummond, Google’s general counsel and head of business development, then put in a call to tech industry doyenne Esther Dyson for advice and contacts.

Oggi Google, se ha le palle per sostenere l’assioma della sua mission, dovrebbe, insieme a Yahoo e tutti gli altri graziosi principi della nuova comunicazione, impegnarsi perche’ gente come Shi Tao non possa continuare ad essere incarcerato per reati del genere. Se questa e’ davvero “nuova economia” questa sarebbe una occazione fantastica per dimostrarlo. E non ditemi che non accadra’, che gia’ lo so’’.

Sulla presenza delle grandi aziende informatiche Usa in Cina è interessante vedere su html.it un articolo del dicembre scorso di Cesare Lamanna sulle ”sventure” di Google (qui) .

L’organizzazione Reporters sans Frontières segnala il blocco delle versioni internazionali del servizio di notizie di Google. Ai cinesi rimane solo quella locale, purgata però dall’informazione scomoda.
L’affare, insomma, rischia di diventare sempre più imbarazzante per la società californiana, come se da chi ha fatto di ‘Don’t be evil’ il suo motto distintivo non ci si aspettasse certi comportamenti. La realtà, come è facile intuire, è ben diversa. Business is business, per Google come per le migliaia di imprese di mezzo mondo che alla Cina guardano come al più promettente dei mercati. Un dietrofront collettivo in nome dei diritti umani sarebbe cosa splendida, ma è destinato a rimanere nel novero delle utopie. Secondo diversi osservatori, tra l’altro, la ‘fuga’ dalla Cina sarebbe solo un modo per accentuare la chiusura di quel paese, un fatto che non produrrebbe certo progressi sulla via della libertà e della democrazia.(…)
Google, ovviamente, non rinuncia a difendersi. Se da Google News China o tra i risultati del motore di ricerca mancano certi siti è perché l’accesso a questi ultimi sarebbe comunque impedito a chi si collega dalla Cina: che senso ha metterli? Una spiegazione francamente debole e che tutto fa tranne che spazzare via i sospetti di ‘collaborazione’ nell’opera di censura. Eppure – conclude Lamanna – una soluzione onorevole ci sarebbe. È quella avanzata ieri in un post sul blog di Search Engine Watch da Danny Sullivan. Google vuole continuare a non essere ‘evil’, vuole continuare a guadagnarsi la fiducia dei suoi utenti? Non nasconda i titoli e i risultati proibiti. Li lasci lì, scrivendoci sotto: “Non potete accedere a questo sito perché il governo lo impedisce”. E poi spieghi sempre per quale motivo un certo risultato è stato omesso. Accadrà mai? Consentitemi di dubitarne, fortemente”.

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